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Archivio per Dicembre 2007

WITRICITY – Ricercatori del Mit: possibile trasferire corrente elettrica senza connessioni

Pubblicato da curiositybox su 28 Dicembre 2007

WiTricity – Elettricità senza fili

Il nome WiTricity è composto da “wireless electricity” ovvero “elettricità senza fili”. E’ un termine coniato inizialmente da Dave Gerding nel 2005 ed usato dal gruppo di ricerca del MIT (Massachusetts Institute of Technology) guidato dal prof. Marin Soljačić nel 2007, per descrivere l’abilità di fornire energia elettrica ad oggetti distanti senza l’utilizzo di fili.

WiTricity si basa su una forte connessione tra oggetti in risonanza elettromagnetica, tale da trasferire energia elettrica senza fili. Il sistema è composto da trasmittenti e riceventi contenenti antenne a spirale magnetica appositamente sintonizzate sulla stessa frequenza. Siccome la WiTricity opera all’interno di un campo elettromognetico “vicino”, il dispositivo ricevente deve trovarsi ad una distanza media di pochi metri dal trasmittente. Il sistema usa frequenze relativamente basse (pochi MHz). Nel loro primo esperimento, il gruppo ha anche simulato dei risonatori dielettrici alla frequenza di GHz.

Diversamente dai sistemi di trasferimento energetico senza fili nel “campo lontano” basati sulla connessione nel campo elettrico, costruiti da Nikola Tesla alla fine del 19° secolo, la WiTricity utilizza la connessione indotta nel campo “vicino” attraverso campi magnetici, i quali interagiscono molto più debolmente con gli oggetti circostanti, inclusi i tessuti biologici. Il concetto della WiTricity è fondamentalmente identico alla connessione magnetica nel campo “vicino” dei risonatori Tesla coil sebbene la WiTricity utilizzi livelli di energia decisamente inferiori e più sicuri, e potrebbe essere in grado di rientrare nelle regole di sicurezza FCC e EMC. Le tecnologie del campo vicino rilasciano energia dal trasmittente quando il ricevente è vicino, ma con le tecniche del “Campo lontano” la sorgente trasmette sempre energia in tutte le direzioni anche se non c’è alcun ricevente. I ricercatori pensano che la mancanza di un precedente sviluppo di questa tecnologia, visto che le leggi fisiche necessarie si conoscoono da moltissimo tempo, sia dovuta principalmente alla mancanza di motivazione: ora i “consumatori” hanno invece tantissimi dispositivi elettronici portatili che hanno costante necessità di ricaricare le batterie!

I ricercatori del MIT, con il loro ultimo esperimento, hanno dimostrato con successo la possibilità di dare energia ad una lampada da 60 Watt a partire da una sorgente distante 2 metri (7 ft) con una efficienza pari circa al 40%. Hanno usato due bobine di rame appositamente caricate di 60 cm di diametro, orientate lungo lo stesso asse, e disposte in modo tale da risuonare insieme a 10 MHz. Una era connessa induttivamente ad una sorgente energetica, l’altra alla lampadina. Il dispositivo ha acceso la lampadina, anche quando la diretta linea visiva del campo è stata interrotta tramite un pannello di legno. Aristeidis Karalis sostiene che “la normale induzione magnetica non risonante sarebbe stata almeno un milione di volte meno efficiente di questo particolare sistema”.

I ricercatori pensano di poter miniaturizzare il dispositivo da renderlo appetibile per usi commerciali nel giro di 3-5 anni. Sono sicuri inoltre che le densità di energia irradiate possono essere portate al di sotto della soglia delle regole di sicurezza FCC.

Roy V.

Link:
- La notizia riportata dal Corriere della Sera il 06 giugno 2007 http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2007/06_Giugno/07/energia_senza_fili.shtml

- Il file PDF della relazione degli scienziati del MIT: Efficient wireless non-radiative mid-range energy transfer (0,5M)

In futuro avremo apparecchi capaci di collegarsi all’alimentazione senza cavi, come oggi si fa per la Rete con il Wi-Fi
CAMBRIDGE (Stati Uniti) – Dopo il wireless arriva la witrcity a suggerire un futuro sempre più senza filo. Gli scienziati americani sono riusciti ad accendere una lampadina da 60 watt, facendo originare l’elettricità necessaria da una fonte distante sette piedi, vale a dire più di due metri, senza che vi fosse nulla di fisico a unire le due parti. Il progetto, a metà strada tra mito e realtà, nacque, qualche anno fa, dalla mente del capo del team di ricercatori (che oltre a quelli del Mit comprende anche esponenti del Dipartimento di Energia Elettronica e Fisica Computerizzata e dell’Istituto per le Nanotecnologie Militari) quando, dopo l’ennesima notte in cui era stato risvegliato dal beep del suo cellulare che richiedeva una ricarica della batteria, gli venne da pensare quanto sarebbero stati utili apparecchiature elettroniche in grado di provvedere autonomamente al proprio approvvigionamento elettrico. Da secoli sono noti metodi di trasmissione senza l’ausilio di fili, come quello attraverso le onde magnetiche o le onde radio. Queste però non hanno alcuna capacità di trasportare elettricità, poiché viaggiano in tutte le direzioni e quindi gran parte della corrente andrebbe dispersa. Si potrebbe pensare al laser, ma questo presenterebbe problemi di pericolosità, la fonte e l’apparecchio dovrebbero sempre essere allineati e infine sarebbe molto difficile seguire tutte le apparecchiature portatili.
WITRICITY - Il principio che sta alla base della witricity è quello della risonanza reciproca di due oggetti differenti, dotati dunque della capacità di risonare alla stessa frequenza e di scambiarsi energia in modo efficiente. Inoltre, particolare non trascurabile, va considerato che la risonanza reciproca di due oggetti comporta una scarsa interazione con tutto ciò che non fa parte della «coppia». Può aiutare a capire meglio un semplice esempio: in una stanza ci sono cento bicchieri da vino identici riempiti a differenti livelli, quindi con una frequenza di risonanza diversa. Una cantante entra e lancia un poderoso acuto. Il bicchiere con la stessa frequenza della nota emessa può accumulare così tanta energia da esplodere mentre tutti gli altri non subiranno alcuna conseguenza.
LA RICERCA - Nella ricerca del Mit l’attenzione si è focalizzata su un tipo di risonanza in particolare, quella magnetica. Due bobine di rame fungono l’una da sorgente e l’altra da terminale. La prima viene connessa alla rete elettrica e genera un campo magnetico che produce onde che raggiungono la seconda, che vibra alla stessa frequenza e raccoglie gran parte dell’energia. Qualunque altro oggetto con una frequenza differente subisce una scarsa influenza e, respingendo il campo magnetico, indirizza l’elettricità a bersaglio con maggiore precisione. Grazie a questa tecnologia si potrebbe arrivare a stanze attrezzate in modo tale da ricaricare la batteria di qualunque apparecchio elettronico sia presente al loro interno o addirittura a fornire energia direttamente al portatile, alimentandolo direttamente. Non ultimo, i ricercatori sottolineano che lo scarsissimo impatto dei campi magnetici sugli organismi biologici garantisce anche agli umani l’assenza di minacce alla salute.
fonte: Emanuela Di Pasqua
12 giugno 2007 – Corriere della Sera

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Fenomeni Fortiani – Fonti Storiche – Parte 1

Pubblicato da curiositybox su 28 Dicembre 2007

Nel seguente articolo ho raccolto segnalazioni di cadute del più svariato materiale dal cielo, in quanto a credibilità, esse vanno da quelle più o meno accettabili a quelle veramente incredibili; ai margini di questo spettro di possibilità, ci sono eventi che potrebbero anche inserirsi in un’altra categoria dell’inspiegabile. Per esempio, le pietre non meteoritiche possono cadere dal cielo in seguito ad una eruzione vulcanica, o di una tromba d’aria, ma se queste cadono sempre sugli stessi tetti la cosa comincia a toccare l’immaginazione.

Le segnalazioni di cadute di oggetti dal cielo in tempi antichi sono meno numerose che in tempi più recenti, ma sono altrettanto svariate. Lo storico greco Ateneo, parla, nella sua antologia storica “I sofisti a banchetto”, scritta intorno al 200 a.C., di una pioggia di pesci durata tre giorni e di uno spettacolare diluvio di rane.

<< So anche che molto spesso sono piovuti dei pesci. A ogni modo, Fenia, nel II libro della sua opera I magistrati di Ereso, dice che una volta nel Chersoneso (il nome in greco significa semplicemente penisola, forse qui s’intendeva la penisola di Tracia, NdR.) piovvero dei pesci ininterrottamente per tre giorni; e Filarco, nel suo IV libro dice che la gente ha spesso visto piovere dei pesci, e spesso anche del grano, e che la stessa cosa è avvenuta con le rane.

In ogni caso, Eraclide Lembo, nel XXI libro della sua Storia, dice: “In Peonia e in Dardania (regione della Macedonia la prima e Serbia attuale la seconda, NdR.) , si dice che prima di ora siano piovute delle rane, e tale era il numero di quelle bestie che le case e le strade ne erano piene. All’inizio, per alcuni giorni, gli abitanti, cercando di ucciderle e rinchiudendosi nelle case, cercarono di resistere all’invasione. Ma quando si accorsero che non approdavano a nulla –trovavano tutti i loro tegami pieni di rane, e rane bollite e arrostite in mezzo a tutte le loro pietanze, e , inoltre, non potevano utilizzare l’acqua, né porre piede a terra per i mucchi di rane che erano ovunque- , infastiditi per più dall’odore delle rane morte, decisero di abbandonare il paese”. >>

Segnalazioni di piogge di pesci, di granaglie e di rane affollano anche la storia più recente. Ma la calamità delle rane in Peonia e in Dardania trova confronto solo con un’altra grande calamità, la seconda piaga d’Egitto, che riguarda, appunto, ancora le rane.

<< Dice il signore…io colpirò tutto il tuo territorio con le rane: il Nilo brulicherà di rane: esse usciranno, ti entreranno in casa, nella camera dove dormi e sul tuo letto, nella casa dei tuoi ministri e tra il tuo popolo, nei tuoi forni e nelle tue madie…e le rane uscirono e coprirono il paese d’Egitto…le raccolsero in tanti mucchi e il paese ne fu ammorbato >> (Esodo 7,27 – 8,11)

Il libro dell’Esodo parla anche di una grandine mortale, con fuoco mischiato alla grandine, come settima piaga d’Egitto (Esodo 9,18 – 34).

Vorrei, comunque, tralasciare le testimonianze di rane e pesci, sia perché sono veramente centinaia e sono capitate in tutte le epoche storiche, sia per non dilungarmi troppo e per concentrarmi sulle cadute di oggetti e materiali che effettivamente hanno qualcosa di strano o di inspiegabile. Chiunque desiderasse saperne di più sui casi di rane e pesci, spiegabilissimi in ogni caso tirando in ballo le varie trombe d’aria che ogni giorno si formano in tutto il mondo grazie alla concomitanza di diversi fattori meteorologici, può chiedere al webmaster e dipendentemente dal tempo che ho a disposizione, cercherò di stilare una lista dei casi più eclatanti.

Ma torniamo a noi.

Storici dell’antichità, tra i quali Procopio, Marcellino e Teofanie, menzionano una pioggia di polvere nera nell’anno 472 a.C., durante la quale il cielo sembrava avvampare. L’ubicazione della caduta è incerta, ma potrebbe essere Bisanzio, l’attuale Istanbul.

Durante il regno di Carlo Magno, nell’Ottocento, cadde dal cielo un enorme blocco di ghiaccio di circa 3 metri cubi ( fonte da Camille Flammarion, “L’atmosphère”)

Un oggetto infuocato cadde nel Lago di Van, in Armenia, nel 1110, tingendo di rosso le acque. Nella prima piaga d’Egitto, le acque del Nilo si trasformarono in sangue (Esodo 7,15 – 24).

Nella seconda metà del 1600, poi, vi furono almeno quattro testimonianze di sostanze “anomale” cadute dal cielo: la prima riguarda la caduta di un meteorite proprio qui in Italia nel 1652, vicino al luogo dell’impatto fu trovata della “gelatina stellare” (“Annals of Philosophy, agosto 1826”) e sempre secondo la stessa fonte, una sostanza fibrosa simile a seta azzurra, cadde in gran quantità il 23 marzo 1665 a Naumburg in Germania a sud-est di Lipsia.

Intorno al 1687, scaglie di una sostanza fibrosa nera, alcune grandi come una tovaglia, caddero sulla neve fresca vicino alla città di Memel (Klaipeda, in Lituania) sulla costa orientale del Baltico; le scaglie erano bagnate, odoravano di alghe marce e si strappavano come carta. Una volta asciutte, perdevano il loro lezzo e alcune frammenti vennero conservati per ben 150 anni, quando, finalmente, vennero analizzate si vide che consistevano in parte di << materia vegetale, principalmente di Conferva Crespata (un alga verde nastriforme) e di altre 29 specie di infusori (microscopici animali acquatici) >>(“Proceedings of the Royal Irish Academy, 9 dicembre 1839”).

Infine, una sostanza fetida, della consistenza del burro, cadde su grandi aree dell’Irlanda del Sud durante l’inverno e la primavera del 1696: secondo il vescovo di Clone questa <<rugiada disgustosa>> cadeva in <<pezzetti talvolta grossi come la punta di un dito>>, era <<morbida, appiccicaticcia e di colore giallo scuro>>. Pare che nei campi il bestiame continuasse a pascolare tranquillamente e che la popolazione fosse convinta che quel “burro” avesse proprietà curative e la raccoglieva e conservava in barattoli e pentole (“Philosophical Transactions of the Royal Society of London”, marzo-maggio 1696).

Una delle prime segnalazioni della sostanza nota come “capelli d’angelo” si trova in “The Natural History of Selborne” di Gilbert White: egli descrive che, il 21 settembre 1741, uscì nei campi prima dell’alba e trovò l’erba fittamente coperta di “ragnatele”, tanto che i suoi cani se la dovettero strofinare via dagli occhi. Poi verso le nove:

<< uno spettacolo insolito attrasse la nostra attenzione: una pioggia di ragnatele cadeva dall’alto del cielo e continuò, senza interruzione, fino al calar del giorno. Queste ragnatele non erano singoli fili fluttuanti nell’aria, ma perfette falde o stracci: alcuni larghi più di due centimetri e lunghi otto o dieci; e cadevano con una certa velocità, perché erano molto più pesanti dell’atmosfera. Ovunque si volgesse lo sguardo, si scorgeva un continuo cadere di nuovi fiocchi davanti agli occhi, che scintillavano come stelle quando riflettevano il sole. E’ difficile dire fino a dove si estendesse quella meravigliosa pioggia, ma sappiamo che raggiunse Bradley, Selborne e Alresford, tre paesi che formano una specie di triangolo, il cui lato più corto supera i 10 chilometri. >>

Qualunque cosa possano essere i capelli d’angelo (ed il termine viene dato probabilmente a diverse sostanze) vengono descritti solitamente come filamenti di ragnatela, di seta o di ovatta, bianchi lucidi e resistenti; un tratto comune a tutti è che, quando si tenta di raccoglierli per analizzarli, essi si sciolgono e scompaiono senza lasciar traccia, ciononostante vengono abitualmente spacciati per semplici ragnatele.

Una spiegazione in questo senso venne data nel “Marine Observer” dell’ottobre 1963, in risposta alla lettera inviata al giornale del capitano Pape, il quale descriveva una caduta di capelli d’angelo nel porto di Montreal e raccontava così l’episodio:

<< Tirai uno di quei fili e lo trovai piuttosto robusto ed elastico, lo tirai ancora ma non si rompeva facilmente (come avrebbe fatto per esempio un filo di ragnatela) e dopo averlo tenuto in mano per tre o quattro minuti, vidi che era scomparso, sparito nel nulla. Guardando in su si vedevano piccoli bozzoli di quella materia scendere fluttuando dal cielo, ma per quanto potemmo accertare, non c’era nulla, né in aria né al livello della strada, che potesse giustificare questo straordinario evento. >>

L’autore della risposta, D.J. Clark del museo di storia naturale di Londra, spiega il fenomeno nel modo seguente:

<< Ritengo che una specie di ragni sia responsabile del fenomeno descritto. Questi particolari ragni appartengono in genere alla famiglia delle Linyphiidae, le cui uova si schiudono in autunno. In questa stagione, nelle giornate soleggiate e calde, specialmente con cospicua rugiada mattutina, i ragni cominciano a disperdersi e a migrare per colonizzare nuove aree dove la quantità di cibo è maggiore. Il metodo usato è quello “aerostatico”: quando il sole fa evaporare la rugiada si creano correnti calde ascendenti, il ragno corre verso la cima di una pianta o di qualunque punto elevato e, alzando la parte inferiore dell’addome, emette un globulo di seta liquida. Questa seta viene come “filata” dalle correnti d’aria ed indurisce man mano che esce. Quando il filo è abbastanza lungo per sostenere il ragno, questo lascia il suo appiglio e vola nell’aria (…) Il singolo filo è molto sottile e scarsamente visibile (…) ma quando si intreccia con altri fili è molto più facile da vedere ed appare robusto ed elastico. Non so come spiegare la scomparsa dei filamenti dopo esser stati tenuti in mano. Potrebbe essere dovuta al fatto che i fili del cordone in questione non fossero intrecciati e che , manipolati, si siano staccati l’uno dall’altro, diventando impalpabili. Il filo del ragno non può sciogliersi, perché non è soggetto all’azione del calore; in realtà è meno solubile della seta. >>

I teorici della ragnatela, però, ignorano una prova negativa, che non appoggia la loro teoria: il fatto che in tutti quei metri di filamenti aerostatici non sia mai stato trovato un solo ragno. Data questa tendenza generale a voler dare delle spiegazioni, ignorando delle situazioni contraddittorie, o , dichiarandole non valide o dicendo che sono semplici coincidenze, non è sorprendente che i sostenitori della teoria dei ragni tendano a trascurare quei casi in cui la comparsa di capelli d’angelo è coincisa con la presenza di oggetti volanti non identificati. Né del resto meraviglia, per la stessa ragione, che i sostenitori della teoria UFO ignorino i casi in cui la materia è caduta (almeno secondo le segnalazioni) senza che ci fossero in vista “distributori” a forma di sigaro, disco, sfera, luce, ecc.

Una lettera del console francese M.Laine a Pernambuco, Brasile, al ”Annual Register” del 1821 segnalò la caduta, avvenuta l’ottobre dell’anno prima, di una sostanza setosa che ricoprì un’area che si estendeva per 150 km verso l’interno e quasi altrettanti verso il mare, tanto che una nave francese ne rimase tutta “inghirlandata”(sic).

Nel 1828 giunse la notizia che vari distretti della Persia erano stati ricoperti, per uno spessore di 18-20 cm, da una sostanza caduta dal cielo e che era stata divorata con avidità dal bestiame (“Nature” del 15 gennaio 1891)

Anche in Russia cadde qualcosa: nel marzo 1832 una sostanza gialla ricoprì i campi vicino a Volokolamsk. Sulle prime gli abitanti pensarono che si trattasse di neve colorata, ma poi si accorsero che la sostanza assomigliava molto al cotone. Ne fu messa sul fuoco una piccola quantità che bruciò con una fiamma azzurra, una parte vennemessa a bagno nell’acqua e divenne resinosa; posta sul fuoco, bolliva e faceva schiuma ma non bruciava. Si dice che questa resina avesse il colore dell’ambra, una consistenza gommosa e un odore <<come di olio mescolato con cera>> . La precipitazione copriva un’area che andava dai 5500 ai 6000 m ² , per uno spessore di circa 5 cm (“Annual Register”, 1832)

Una sostanza forse simile cadde anche da noi, precisamente a Genova, la mattina del 14 febbraio 1870, qui si poterono fare analisi più approfondite, merito di M.G.Boccardo e del prof. Castellani dell’Istituto Tecnico di Genova, risultò che era così composta: 66% di sabbia (perlopiù silice con un po’ di creta), 15% di ossido di ferro (ruggine), 9% di carbonato di calcio, 7% di materia organica e il resto di acqua. La materia organica conteneva particelle simili a spore, granelli di amido, frammenti di diatomee (alghe le cui cellule contengono silice) e globuli blu cobalto non identificati (la segnalazione è presa da un giornale straniero, il “The journal of the Franklin Institute” del 12 luglio 1870, non ho trovato nulla sui giornali italiani, se qualcuno ne avesse notizia è pregato di segnalarlo)

A Milwaukee, a Green Bay e in altre località del Wisconsin (USA), caddero, a fine ottobre 1881, delle ragnatele robuste e molto bianche. La loro lunghezza variava da piccoli puntini a lunghissimi fili di 20 metri. Le ragnatele, talvolta tanto fitte da disturbare la vista, sembravano muoversi verso l’entroterra del lago Michigan ed estendersi verso l’alto a perdita d’occhio. A riprova di ciò che dicevo pocanzi fu notato con spirito che << stranamente non si fa menzione in nessuno dei comunicati… della presenza di ragni in questa grande esposizione di ragnatele >> (“Scientific American”, 26 novembre 1881)

Nell’agosto 1890, nelle vicinanze di Mardin e di Diyarbakir in Turchia, un’area di circa 8 km ² venne ricoperta di piccole sfere giallognole, bianche all’interno, pare che qualcuno l’abbia pure assaggiata (che coraggio…) scoprendola commestibile e la gente del posto la raccolse e ci fede del pane, che aveva un buon sapore ed era facilmente digeribile. I botanici dichiararono che la sostanza era un lichene, forse la Lecanora esculenta (“Nature” del 15 gennaio 1891).

Sempre qualcosa di simile alla ragnatela piovve su Montgomery nell’Alabama, il 21 novembre 1898, ma la struttura era più simile all’amianto, parte della materia era in refoli e parte in fiocchi di vari centimetri di lunghezza e larghezza. La cosa più curiosa fu che la sostanza era fosforescente (“Monthly Weather Rewiew”, dicembre 1898).

Per i fenomeni recenti italiani rimando ai seguenti link

Edicolaweb – CAPELLI D’ANGELO: IL MISTERO CONTINUA – di Antonio Bruno

I “capelli d’angelo”

workgroups: Capelli d’angelo

UFOTEL

Ed ora qualche oggetto caduto dal cielo veramente insolito e strano.

Il 13 agosto 1819 ad Amherst, nel Massachusetts, cadde un oggetto maleodorante, ricoperto da una specie di felpa. Venne esaminato da Rufus Graves, che tolse la peluria e scoprì, sotto di essa, una <<sostanza polposa del colore del cuoio>>. Al contatto con l’aria la sostanza assunse <<un colore livido, come di sangue venoso>>; l’oggetto a quanto dicevano, era caduto producendo una vivida luce (“Annual Register”, 1821).

Era il 17 giugno 1857, quando il signor Bradley, un agricoltore di Ottawa nell’Illinois, udì un sibilo e, alzando gli occhi, vide una massa di tizzoni ardenti a forma di V precipitare al suolo, a circa 15 metri da lui, facendo fumare il terreno. I pezzi più grossi erano quasi completamente penetrati nel terreno, mentre quelli più piccoli affioravano per metà. Bradley aveva notato una piccola nube densa e scura sovrastare il giardino; il tempo era stato piovoso, ma senza tuoni né fulmini (“The American Journal of Science and Arts”, novembre 1857).

Una pioggia di zucchero candito (!!!) è stata segnalata in alcune zone della Lake County, in California, nelle notti del 2 e dell’11 settembre 1857. <<A quanto si dice, in quelle due notti cadde una pioggia di zucchero candito; i cristalli misuravano dai 3 ai 6 millimetri di lunghezza ed erano grossi quanto una penna d’oca. Alcune signore del luogo ne fecero dello sciroppo>> (Lyman L. Palmer, “History of Napa and Lake Counties, California”).

La sera della Domenica della S.S. Trinità, nel 1908, il parroco di St-Etienne-lès-Remiremont, una parrocchia situata a qualche chilometro dalla catena dei Vosgi, in Francia, stava comodamente seduto in canonica intento a leggere un <<poderoso trattato di geologia>>. Aveva letto appena qualche pagina sulla formazione del ghiaccio quando sentì aprirsi la porta della canonica e la signorina Marie André chiamare: <<Signor curato, venga presto, si stanno sciogliendo!>>

Con una certa riluttanza padre Gueniot si alzò per vedere di cosa si trattasse, il resto della storia continua con le sue stesse parole.

<<”Guardate”, mi disse, “qui c’è l’immagine di Nostra Signora del Tesoro, impressa sui chicchi di grandine.” “Andiamo, andiamo”, risposi, “non mi venga a raccontar frottole.” Per farla contenta, guardai distrattamente i due chicchi che teneva in mano, ma poiché non volevo vedere nulla, e per di più non avrei potuto vedere nulla senza gli occhiali, mi voltai e tornai al mio libro. Lei si fece pressante: “La prego, si metta gli occhiali.” Lo feci, e vidi molto distintamente sulla faccia anteriore dei chicchi, che erano leggermente convessi al centro sebbene i bordi fossero irregolari, il busto di una donna, con veste rialzata in fondo come un piviale. Potrei forse descriverla con maggiore precisione dicendo che era come la Vergine degli Eremiti. I contorni dell’immagine erano leggermente incisi, sembrava che fossero stati ottenuti con un punzone, ma erano molto nitidi.

Marie André mi chiese di osservare alcuni particolari della veste, ma mi rifiutai di guardare più a lungo. Mi vergognavo della mia credulità, sentendomi sicuro che la Benedetta Vergine non si sarebbe presa la briga di stampare immagini di se stessa sui chicchi di grandine. Dissi: “Ma non vede che questi chicchi devono essere caduti sugli ortaggi e devono aver ricevuto queste impressioni da essi? Portateli via, non so che farmene”. Tornai al mio libro senza preoccuparmi ulteriormente di ciò che era successo.

Ma la mia mente era turbata dalla singolarità di quei chicchi di grandine; ne raccolsi tre, per soppesarli, senza guardarli da vicino. Pesavano dai 170 ai 200 grammi, uno di essi era perfettamente sferico, come le palle con cui giocano i bambini, e aveva una crestina in rilievo tutto intorno, come se fosse stato colato in uno stampo (non sono rare le segnalazioni di chicchi di grandine con bordi a rughe o a creste, NdR). Durante la cena (ero solo) mi dissi: “Comunque questi chicchi di grandine hanno una forma insolita e l’impronta di quei due che ho esaminato era così regolare e precisa che poteva ben difficilmente essere attribuita al caso”. Ma presto mi irrigidii contro ogni tentazione di credere al paranormale, e mi vergognai di averci pensato per un momento.>>

Quando il parroco ebbe finito la sua cena, anche il temporale era passato, e il sacerdote si recò in giardino per controllare i danni subiti dal suo orto. Ebbe la lieta sorpresa di vedere che il maltempo non aveva danneggiato gli ortaggi, più tardi apprese che aveva rotto circa 1400 vetri nelle case della zona. Sembrava che il temporale avesse prodotto due tipi di chicchi, quelli con la miracolosa immagine e un tipo più grande e distruttivo, <<ciò che mi sembrò degno di attenzione>> continua il parroco, <<era che i chicchi, che avrebbero dovuto essere scagliati con violenza al suolo, secondo le leggi dell’accelerazione della velocità dei corpi in caduta, sembravano invece cadere da un’altezza di pochi metri e avere solo la velocità iniziale di un corpo che continua a cadere.>> La testimonianza del parroco così continua:

<<Verso le sette e mezzo, nelle vicinanze della canonica giravano le voci che molte persone avevano visto l’immagine della Madonna del Tesoro impressa sui chicchi di grandine, e che molti chicchi avevano la forma di medaglioni. I bambini li avevano raccolti nei loro grembiuli e li avevano fatti vedere ai genitori, che avevano constatato la presenza della stessa immagine. Alcuni videro persino piccoli particolari, come la corona della Vergine, il Bambino Gesù, le frange della veste. Era tutto frutto dell’immaginazione? Ma a parte questi dettagli, non vi sono dubbi che la maggior parte dei chicchi esaminati recava distintamente l’immagine della Madonna del Tesoro. Il mattino seguente, i trasportatori del latte, di ritorno da Remiremont, riferirono che molte persone in città avevano osservato la stessa cosa.>>

Dopo il vespro la domenica successiva, il parroco raccolse 50 firme di persone che erano <<assolutamente convinte della verità delle loro osservazioni>>. <<Non annettevo molta importanza>> disse, <<a queste firme di cui avrei anche potuto essere l’ispiratore, ma in realtà esse furono date spontaneamente.>>

Il parroco concludeva osservando che, sebbene le autorità di Remiremont gli avessero negato il permesso per una solenne processione, che avrebbe dovuto svolgersi la Domenica della SS. Trinità, <<l’artiglieria del cielo aveva organizzato una processione in senso verticale che nessuno poteva proibire (“English Mechanic and World of Science”, 12 giugno 1908).

Edward Mootz, alle 17,30 del 22 luglio 1955, stava lavorando nel giardino di casa sua, in Boal Street a Cincinnati, nell’Ohio. Improvvisamente, qualche goccia di un liquido rosso e caldo gli cadde sulle braccia e sulle mani; in pochi istanti, una pioggia rossa prese a cadere tutto intorno a lui. Proveniva da una protuberanza scura che sporgeva da una nuvola, e stava irrorando un albero di pesco del suo giardino. Così raccontò:

<<Alzai lo sguardo e proprio sopra la mia testa, a circa 300 metri di altezza, stava la più curiosa nuvola che avessi mai visto: non era una grossa nuvola, ma aveva strani colori, era verde scuro, rossa e rosa. Il rosso era simile a quello della strana sostanza che aveva colpito me e il mio albero, qualunque cosa fosse, vidi che proveniva da quella nuvola. Osservai la nube per un minuto, cercando di capire, poi le mani e le braccia cominciarono a bruciare nei punti colpiti dalle gocce, mi facevano veramente male, come quando si versa dell’alcool su una ferita aperta; corsi in casa e mi lavai con abbondante acqua e sapone.>>

La pioggia in realtà assomigliava a sangue, appariva oleosa ed appiccicosa al tatto. La mattina seguente, Edward Mootz scoprì che il pesco era morto durante la notte insieme a tutta l’erba che lo circondava, e tutti i frutti appesi all’albero si erano avvizziti sui rami. Al momento del rovescio, nella zona non c’erano aerei e sembra improbabile che un impianto chimico o una fabbrica possano aver prodotto una nube capace di librarsi sopra un punto tanto ristretto per vari minuti. Mootz fu intervistato da rappresentanti dell’Aeronautica, che prelevarono anche campioni dell’albero, dei frutti e dell’erba, quanto possano aver scoperto non è stato reso pubblico, e la natura della pioggia mortale rimane un mistero (“Enquirer” di Cincinnati, 28 agosto 1955; “The Cincinnati Post” 3 febbraio 1975).

Monetine da un penny e da mezzo penny caddero, un giorno del 1956, intorno ai bambini che uscivano dalla scuola di Hanham, un sobborgo di Bristol, in Inghilterra (John Michell e Robert J.M. Rickard, “Phenomena: A Book of Wonders”).

“Migliaia” di banconote da 1000 franchi piovvero su Bourges nel 1957. Nessuno mai ne rivendicò la proprietà o ne denunciò la perdita (John Michell e Robert J.M. Rickard, “Phenomena: A Book of Wonders”).

Forse questa segnalazione non riguarda cadute di oggetti anomali, ma è stranissima lo stesso: un pomeriggio di novembre del 1958 piovve per due ore e mezzo sopra un’area di circa 10 metri quadrati a casa della signora R. Babington ad Alexandria in Louisiana. In quel momento il cielo era perfettamente sereno e né l’ufficio meteorologico né quello della vicina base aerea riuscirono a dare una spiegazione del fenomeno (“Alexandria Daily Town Talk”, 11 novembre 1958).

Durante l’anno 1968 un diluvio di fango, legno, vetro e cocci precipitò per ben quattro volte sulla città di Pinar del Rio, a Cuba (John Michell e Robert J.M. Rickard, “Phenomena: A Book of Wonders”).

Un certo numero di banconote per il valore di 2000 marchi scese fluttuando dal cielo sereno a Limburg (Germania Occidentale) nel gennaio 1976; i soldi “celesti” vennero raccolti da due ecclesiastici (“Bath and West Evening Chronicle” del 6 gennaio 1976).

Che dire di tutti questi fenomeni? Storie vere oppure scherzi di qualche burlone? Impossibile dirlo, l’unica soluzione è osservare il cielo e cercare di scoprire più cose possibili sulla natura ed il paranormale, sugli UFO e sulla mente umana, forse le risposte arriveranno da sole.

fonte: Donatello

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Levitazione con uso del Suono – Le proprieta’ del suono

Pubblicato da curiositybox su 28 Dicembre 2007

In tutto il mondo la memoria popolare registra un tempo remoto in cui i civilizzatori usavano il potere del suono per erigere le prime città. Avvolte nel più profondo mistero sono le rovine di Tiahuanaco, una grande cittadella fortificata sull’altopiano boliviano che un tempo sorgeva sulle sponde del lago Titicaca, un immenso mare interno che oggi, in seguito agli spettacolari mutamenti geologici e climatici, dista nientemeno che 19 chilometri dalla costa.

Disseminate su una vasta area, si trovano varie strutture megalitiche, soprattutto templi, e numerosi monoliti scolpiti e blocchi da costruzione caduti del peso di 100 tonnellate ciascuno. Prima di essere ricostruita in epoca moderna, gran parte di quel che restava di Tiahuanaco giaceva al suolo, come se l’avesse rovesciata una mano invisibile di immensa potenza distruttiva. In realtà la sua fine fu determinata molto probabilmente da una serie di calamità naturali come terremoti e inondazioni – eventi che probabilmente fecero innalzare il lago Titicaca dal livello del mare alla sua altitudine attuale di oltre tremila metri.

La datazione della città è controversa, È molto antica, quanto nessuno è in grado di dirlo; tuttavia nel 1911 un’indagine approfondita svolta dall’autorevole archeologo Arthur Posnansky, professore dell’università di La Paz, ne attribuì la data di fondazione intorno a1 10.000 a.C., presumibilmente durante le catastrofi planetarie che accompagnarono la fine dell’ultima Era Glaciale. Successivamente altri importanti studiosi confermarono la grande antichità di Tiahuanaco, anche se archeologi e storici convenzionali generalmente datano il sito appena al 700 d.C.

Il pezzo principale delle rovine della città è la Porta del Sole, un gigantesco portale in pietra del peso di una decina di tonnellate, sulla cui facciata è scolpita una figura maschile che impugna due lunghi bastoni. Si tratta del leggendario fondatore di Tiahuanaco, Ticci Viracocha, o Thunupa, che emerse da un’isola al centro del lago all’inizio del tempo, e con i suoi seguaci, detti “”i viracocha”", fondò la città prima di spostarsi a nord, diffondendo la civiltà ovunque andasse.-

Una leggenda, narrata dai locali indios aymara a un viaggiatore spagnolo che visitò Tiahuanaco poco dopo la conquista, parla della fondazione della città avvenuta all’epoca della Chamac Pacha, o Prima Creazione molto prima dell’ arrivo degli incas. I primi abitanti, dotati, secondo la legenda, di poteri soprannaturali, erano capaci di sollevare miracolosamente dal terreno le pietre che “”… venivano trasportate dalle cave di montagna attraverso l’aria al suono di una tromba”".

La Bolivia è agli antipodi dell’Egitto, eppure abbiamo qui una testimonianza che fa pensare che anche gli antichi popoli delle Americhe conoscessero proprietà del suono che vanno al di là della nostra comprensione.

Da dove nascevano questi miti se non erano basati su qualche realtà storica? È possibile che esista un legame tra tradizioni così lontane fra di loro?

A Giza come a Tiahuanaco è stata attribuita una data di fondazione che risale a prima della fine dell’ultima Era Glaciale, 15000-I0000 a.C. circa. è possibile che una tecnologia acustica sia stata esportata in diverse regioni della terra da una cultura globale finora sconosciuta?

Gli indios aymara boliviani e peruviani raccontarono ai primi viaggiatori e storici spagnoli che Viracocha non era soltanto un civilizzatore e un operatore di portenti, ma anche uno scultore, un agronomo e un ingegnere che “”fece sì che terrazze e campi si formassero sui fianchi ripidi dei burroni, e mura di sostegno sorgessero a puntellarli”". Ma diversamente da loro, Ticci Viracocha aveva la pelle chiara e gli occhi azzurri, era alto di statura e aveva capigliatura e barba bionde o bianche.

Portava una lunga tunica bianca con una cintura in vita, e possedeva un “”fare autorevole”". Innumerevoli volte il grande portatore di sapere venne raffigurato così nel folclore e nelle leggende del Sud America, sottolineando il suo evidente aspetto caucasico. Cosa strana, poi, proprio a lui fu attribuita la capacità di muovere i blocchi di pietra con mezzi misteriosi. Un racconto ce lo presenta mentre per primo crea un “fuoco” celeste, che “si spegneva al suo comando, ma le pietre non venivano consumate così che i grandi blocchi potevano essere sollevati con le mani, come fossero di sughero”. Chi erano, esattamente, questi viracocha, e perché veniva loro attribuita la capacità di spostare i blocchi di pietra solo mediante mezzi soprannaturali?

Solo con un fischio

Spostandoci a nord della penisola messicana dello Yucatán, troviamo, nascosti nel fitto della foresta, gli antichi templi dei maya, una civiltà precolombiana dotata di una cultura incredibilmente evoluta. Il loro straordinario impero fiorì nel primo millennio dell’era cristiana, ma è chiaro che avevano ereditato le loro profonde conoscenze da una cultura molto precedente. I maya erano indicibilmente ossessionati non solo dai cicli del cielo e dai movimenti delle stelle ma anche dal passaggio del tempo. Il loro complesso calendario, per esempio, poteva calcolare con precisione date di centinaia di milioni di anni addietro, individuando esattamente il giorno e il mese in cui un certo giorno cadeva.

Uno dei complessi di templi più misteriosi lasciatici dai maya è quello di Uxmal, realizzato, secondo la leggenda, da una razza di nani. Più strana, però, è l’informazione che una leggenda maya ci dà su questi mitici nani: “Per loro il lavoro di costruzione era facile, non dovevano far altro che un fischio e le pesanti pietre andavano al loro posto”. A questi potenti nani erano dovute tutte le più antiche realizzazioni del tempo della Prima Creazione, per le quali dovevano solo “fischiare perché le pietre si mettessero nelle costruzioni nella giusta posizione o perché la legna da ardere venisse da sola dalla foresta fino al focolare”.

Nonostante questi poteri soprannaturali, i nani sarebbero stati distrutti da un grande diluvio, anche se molti avevano tentato di mettersi in salvo nascondendosi sottoterra in “grandi serbatoi di pietra come le riserve d’acqua sotterranee, che loro vedevano come barche”.

Troviamo qui, ancora una volta, astratte e forse confuse storie su una razza prediluviana capace di usare il potere del suono per costruire mura di pietra. È facile etichettare questi racconti come fantasie di ignoranti, ma i popoli dell’Egitto e delle Americhe non erano i soli a impiegare il suono nella costruzione dei loro più antichi monumenti.

Costruito al suono di una lira

Secondo gli autori classici greci, Tebe, capitale della Beozia – un antico regno situato a nord ovest di Atene – fu fondata dal fenicio Cadmo, famoso viaggiatore e civilizzatore. Questa grande città, detta Cadmeia in onore del suo fondatore, sarebbe stata completata da un figlio di Zeus di nome Anfione. La cosa più singolare è che Anfione era capace di spostare grosse pietre al suono di una lira, e in questo modo poté costruire le mura di Tebe. Pausania, il geografo greco del secondo secolo dopo Cristo, parla infatti di Anfione che costruisce le mura della città “alla musica della sua lira”, mentre i suoi “canti attiravano dietro di lui perfino le pietre e gli animali”. Anche Apollonio Rodio, vissuto nel terzo secolo prima di Cristo, riferisce poeticamente nelle Argonautiche di Anfione che cantava “forte e chiaro accompagnandosi con la lira d’oro, seguito passo passo da grandi massi”.

Si tratta di semplici favole, basate su invenzioni ed esagerazioni letterarie molto più antiche, o rappresentano in qualche modo la memoria confusa di un tempo in cui gli abitanti di Tebe, uniti sotto un fondatore chiamato Anfione, erano in grado di usare il suono della lira per spostare massi e innalzare mura?

Sembra incredibile, ma se tradizioni del genere poggiano davvero su ricordi alterati di eventi reali, potrebbero contenere importanti informazioni sulle origini di questa tecnologia perduta. Le tradizioni riguardanti Cadmo indicano chiaramente che Tebe fu fondata da immigrati fenici che dovettero stabilirsi qui nel terzo o secondo millennio a.C. Cadmo, si dice, introdusse in Beozia l’alfabeto fenicio e il culto di divinità fenicie ed egizie, quindi è possibile che abbia portato con sé, dalla sua terra di origine, anche eventuali conoscenze relative alla tecnologia sonica.

La Fenicia era sede di una grande civiltà marinara fiorita verso il 2800 a.C. nella regione del Mediterraneo orientale che oggi comprende il Libano e la Siria nordoccidentale. Era costituita da una serie di città-stato, ciascuna con un proprio governo e una propria cultura, unite solo dal commercio, dalla religione e dall’abilità nella navigazione. I fenici erano i più grandi marinai dell’antichità, ma essi stessi dicevano di avere appreso le tecniche marinare da una precedente razza di dei.

L’ideazione di Betulia

Come la mitologia classica, le leggende fenicie parlano di un’età dell’oro che precedette la storia ufficiale, quando gli dei e gli uomini vivevano gli uni accanto agli altri. L’argomento è trattato negli scritti di Sanchoniatho, il più antico storico fenicio di cui abbiamo conoscenza, che visse prima delle guerre di Troia, intorno al 1200 a.c.. Egli parla del dio Urano, o Cielo, fondatore della prima città chiamata Biblo, che ancora oggi è un fiorente porto libanese. Da qui la razza degli dei colonizzò l’intera sponda orientale del Mediterraneo. Sanchoniatho ci informa anche che uno degli dei, Taautus (il Thoth egiziano, l’inventore della scrittura), fondò la civiltà egizia.

Sapendo tutto ciò, mi incuriosì la scoperta negli scritti di Sanchoniatho di un riferimento alquanto ambiguo alla levitazione delle pietre. Senza fornire alcuna spiegazione, lo storico fenicio afferma che Urano “ideò Betulia creando pietre che si muovevano come dotate di vita propria”.

La parola Betulia indica in questo contesto grandi pietre grezze di dimensioni ciclopiche. È possibile che questa cultura fenicia di Biblo, che Sonchoniatho identifica con una razza di dei, possedesse la capacità di sollevare i blocchi di pietra usando la potenza del suono? Potrebbero gli dei aver trasmesso questa capacità ai loro discendenti fenici, che a loro volta la portarono in Beozia al tempo di Cadmo e Anfione? E se così fosse, da dove potrebbe essere giunta questa conoscenza sulla tecnologia del suono?

Tanto i fenici quanto i loro contemporanei greci, i micenei, erigevano mura ciclopiche. Delfi, Micene e Tirinto furono tutte costruite, originariamente, con enormi blocchi di pietra di dimensione e peso enormi. Un disegno ottocentesco di un muro in pietra gigante appartenente alla città-stato fenicia oggi scomparsa dell’isola di Aradus, di fronte alla costa siriana mostra massicci blocchi di pietra, alcuni lunghi fino a 3 metri e pesanti dalle 15 alle 20 tonnellate ciascuno, come nella figura .

 

È inutile dire che esiste una netta somiglianza tra queste strutture ciclopiche e quelle della piana di Giza, in Egitto. Sappiamo che già nel 4500 a.C. popoli di una cultura prefenicia avrebbero navigato non solo nel Mediterraneo ma anche lungo la costa atlantica oltre lo stretto di Gibilterra. È possibile che questo popolo marinaro prima sconosciuto abbia in qualche modo ereditato l’uso della tecnologia del suono da una cultura ancora più antica: forse gli dei degli Anziani dell’Egitto?

Si sa che Biblo era un’attiva cittadina già attorno al 4500 a.C., e che nel 3000 a.C. circa era diventata una civiltà marinara che intratteneva scambi commerciali con paesi come Creta e l’Egitto. Molti studiosi sono propensi a credere che Biblo ebbe un suo ruolo importante nella nascita dell’Egitto faraonico. È dunque possibile che una cultura abbia ereditato dall’altra la conoscenza della tecnologia del suono? E quale fu delle due che ereditò? A questo problema, almeno per il momento, non c’è una risposta chiara. È il caso però di ricordare che fu attorno al 3500 a.C. che in Egitto si cominciò ad applicare quell’incredibile tecnica litica che, come ho già mostrato, utilizzava attrezzi ad alta tecnologia quali seghe lineari e circolari, torni meccanici e trapani a ultrasuoni.

Per il momento è sufficiente sapere che le tradizioni che collegano il suono alla costruzione di edifici sono universali e non limitate a una particolare etnia, cultura, religione o a uno specifico continente. Ciononostante, gli scettici diranno che leggende del genere sono tutte nate semplicemente dalla superstizione. Per giunta, quando anche fossero “reali”, non ci direbbero praticamente nulla sui metodi eventualmente impiegati nell’antichità per ottenere la levitazione sonica.

Ciò di cui avevo bisogno erano resoconti più affidabili sulla tecnologia sonica e dopo lunghe ricerche trovai quello che cercavo: la testimonianza diretta di due viaggiatori occidentali che avevano assistito all’uso di questa tecnologia, in Tibet, nella prima metà del ventesimo secolo: le due storie sono state entrambe raccolte negli anni cinquanta dall’ingegnere e scrittore svedese Henry Kjellson.

Lo strano caso del dottor Jarl

Il primo caso riguarda un medico svedese, a cui Kjellson attribuisce il nome fittizio di “Jarl”. Negli anni Venti o Trenta – la data esatta non viene fornita – Jarl accettò l’invito di un amico tibetano di andare a trovarlo al suo monastero, situato a sud-ovest della capitale Lhasa. Fu durante il suo anno sabbatico che Jarl avrebbe assistito alla levitazione di blocchi di pietra, alti e profondi un metro e larghi uno e mezzo, mediante l’uso del suono.

L’evento avrebbe avuto luogo in un prato vicino, leggermente in salita verso una parete montuosa orientata a nord-ovest.

Jarl aveva notato che a circa 250 metri sulla parete rocciosa si apriva l’imboccatura di una grande caverna preceduta da un’ampia cornice, accessibile solo tramite funi calate dalla cima dello strapiombo. Qui i monaci stavano costruendo un muraglione in pietra. Notò anche che, a una distanza di circa 250 metri dalla base della parete, era stato interrato un grosso masso piatto, la cui superficie superiore mostrava un ampio avvallamento a tazza, profondo 15 centimetri. Circa 63 metri dietro la pietra interrata, un folto gruppo di monaci vestiti di giallo sembravano intenti a preparare un’operazione coordinata. Alcuni avevano enormi tamburi altri lunghe trombe, molti altri si stavano schierando in lunghe file, mentre uno dei monaci con una corda fornita di nodi segnava accuratamente la posizione di ciascuno. Jarl contò 13 tamburi e 6 trombe: gli strumenti erano situati a circa 5 gradi l’uno dall’altro, formando un arco di cerchio di poco più di 90 gradi centrato sul masso a tazza.

Dietro ogni strumento c’era una fila di otto o dieci monaci, la cui disposizione complessiva aveva l’aspetto di uno spicchio di ruota.

Al centro dell’arco c’era un monaco con un piccolo tamburo appeso al collo con una tracolla di cuoio. Ai suoi lati c’erano altri due monaci forniti di tamburi di media dimensione. Questi erano appesi a telai di legno con corregge di pelle fissate a un paio di bastoni che li attraversavano longitudinalmente fungendo da leve di direzione.

Da un lato e dall’altro di questi due tamburi c’erano altri monaci con le ragdon, enormi trombe lunghe tre metri. Al di là di questi, ai due lati, un altro paio di tamburi di media grandezza, poi una coppia di tamburi ancora più grandi, anch’essi sostenuti da telai di legno tramite cinghie di cuoio fissate ai bastoni.

Progredendo simmetricamente verso l’esterno sui due lati completavano questa vera e propria orchestra: altre due ragdon, altri quattro tamburi grandi (due per lato), altre due trombe e, infine, due ultimi tamburi (vedi figura sotto). I tredici tamburi erano ricoperti di pelle su un solo lato, e il lato aperto era puntato verso il masso a tazza.

Mentre Jarl osservava la scena, il primo blocco di pietra fu trascinato fino al masso su una slitta di legno trainata da yak.

Presto i monaci trasferirono il peso sull’avvallamento e si ritirarono per permettere l’inizio dell’operazione.

I diciannove strumenti erano tutti puntati come cannoni verso il blocco di pietra, e quando tutto e tutti furono al loro posto, il monaco con il tamburo piccolo cominciò a salmodiare ritmicamente con voce bassa e monotona, battendo con una mano sul lato dello strumento ricoperto di pelle.

Questo emise un suono secco e duro che colpì dolorosamente le orecchie di Jarl. Per tutta risposta, le ragdon suonarono e gli altri tamburi furono percossi con grosse mazze lunghe 75 centimetri e con la testa coperta di pelle.

Di ciascun tamburo si prendevano cura due monaci, che vi battevano a turno.

A parte il monaco con il tamburo piccolo, nessuno pronunciò una parola.

Mentre quella strana cacofonia continuava, Jarl tentò di imprimersi nella mente la sequenza dei tamburi. Il ritmo inizialmente era molto lento, poi prese una tale velocità che egli ben presto non riuscì più a seguirlo: il loro pulsare si fuse diventando un muro compatto di suoni. Incredibilmente, il suono acuto del tamburo piccolo riusciva a penetrare il fragore combinato di trombe e tamburi. Questo gli fece pensare che era usato per segnare il tempo.

Passarono quattro minuti senza che accadesse nulla di insolito.

 

Poi, all’improvviso, il blocco di pietra prese a ondeggiare leggermente, come se stesse perdendo peso, infine si sollevò in aria, oscillando da una parte e dall’altra.

Poi si alzò, mentre trombe e tamburi venivano inclinati nella sua direzione.

La pietra saliva sempre più in alto, accelerando la velocità e compiendo, secondo le parole di Jarl, un arco di parabola dirigendosi verso l’imboccatura della grotta.

Alla fine, mentre i monaci continuavano a soffiare nelle trombe e a picchiare sui tamburi, il blocco giunse a destinazione piombando di peso sulla cornice con tale forza che mandò polvere e schegge di pietra dappertutto.

Poi, improvvisamente, cadde il silenzio. Volgendo lo sguardo al gruppo dei monaci, circa 240, Jarl notò che nessuno di loro sembrava minimamente colpito da quell’esperienza. Subito fu portato un altro blocco di pietra e l’operazione si ripeté nello stesso modo.

Per alcune ore Jarl poté vedere che con questo metodo furono trasportati dai cinque ai sei blocchi all’ora.

Ogni tanto una pietra piombava sulla piattaforma con tale forza da andare in pezzi. Quando questo accadeva, i monaci che lavoravano nella caverna si limitavano a spingere i frammenti giù dalla cornice.

Jarl ammise di non essere riuscito a capire la funzione dei 200 monaci circa, in file di otto o dieci, dietro l’arco dei diciannove strumenti. Non emettevano alcun suono, limitandosi a osservare il tragitto di volo dei blocchi di pietra che salivano verso la parete.

A suo parere potevano essere lì per imparare la tecnica, o eventualmente per rimpiazzare i monaci che battevano sui tamburi e soffiavano nelle trombe. Oppure, concluse, per conferire un’atmosfera religiosa alla scena o magari avevano usato una forma di psicocinesi coordinata per agevolare il volo delle pietre.

L’aspetto più rivelatore del racconto è la meticolosità dei dettagli con cui Jarl registra il procedimento svoltosi quel giorno.

Annota ogni distanza, ogni angolo, ogni misura, riferendo anche dati apparentemente insignificanti. Sono troppe le informazioni presenti nella relazione conservata da Henry Kjellson per liquidarla come puro parto della fantasia.

La scelta degli strumenti, le specifiche distanze e gli angoli, il posizionamento dei blocchi di pietra su un masso a tazza al livello del suono, l’aumento graduale del suono delle percussioni, tutto fa pensare a una scienza esatta, a una tecnologia sonica ben nota alla comunità monastica visitata da Jarl. Una delle affermazioni più interessanti è quella che riguarda il modo in cui tutti gli strumenti erano costantemente puntati sul blocco di pietra, dall’inizio al momento in cui giungeva a destinazione.

Se è vero che le comunità monastiche tibetane usavano il suono per far levitare a grandi altezze blocchi di pietra, com’era possibile? Che cosa dobbiamo pensare dei 200 monaci schierati dietro i diciannove strumenti? Qual era la loro funzione?

Raggiungere una forma di psicocinesi coordinata, come sembra credere Jarl? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che l’idea di usare il potere della mente per muovere le rocce faceva parte un tempo della rigida pratica di meditazione nota come dogchen, una dottrina segreta trasmessa oralmente dai seguaci del lamaismo tibetano e da singoli sciamani appartenenti a una religione prebuddista che ha il nome di Bonpo.

Cantando in silenzio

Il resoconto di Jarl rappresenta un’affascinante testimonianza di un tipo di tecnologia sonica di cui il mondo oggi ha perduto la conoscenza. Di per sé potrebbe non essere molto di più, ma fortunatamente non è l’unico esempio conservato da Kjellson.

Nel 1939 l’ingegnere e scrittore svedese assisté a una conferenza tenuta da un cineasta austriaco, chiamato Linauer, sui suoi viaggi in Tibet. Kjellson ebbe l’occasione in seguito di discutere a lungo sulle sue affermazioni e, convintosi della loro autenticità, le incluse nel suo libro Forsvunnen teknil ( Tecnologia scomparsa ), pubblicato nel 1961. Quello a cui Linauer sosteneva di aver assistito confermerebbe il racconto di Jarl, e getta nuova luce su quanto sappiamo a proposito delle presunte tecniche ultrasoniche dei costruttori delle piramidi.

Linauer affermò che, mentre si trovava presso un monastero isolato nel nord del Tibet, negli anni Trenta, ebbe il privilegio di assistere a eventi davvero fuori del comune. Tra questi la dimostrazione che due curiosi strumenti sonori, usati in combinazione, erano in grado di sfidare le leggi della natura a cui la scienza ortodossa aderisce in modo così rigoroso.

Il primo di questi strumenti era un gong enorme montato verticalmente su un telaio di legno. Aveva un diametro di 3,5 metri ed era composto da tre diversi metalli: la sezione circolare al centro era d’oro massiccio, e attorno a questo c’era un anello concentrico di ferro puro; questi due metalli erano cinti da un terzo anello di ottone di estrema durezza, che apparentemente possedeva una certa elasticità. L’area centrale, invece, era così duttile che un’unghia vi lasciava il segno.

L’aspetto del gong faceva pensare ad un enorme bersaglio metallico. I1 suono che emetteva quando veniva percosso non aveva nulla a che vedere con quelli prodotti da strumenti simili, perchè invece di emettere una potente nota continua e sostenuta, produceva una sorta di tonfo sommesso che cessava quasi istantaneamente.

Il secondo strumento era anch’esso composto da tre diversi metalli, anche se Linauer non fu in grado di identificarli con esattezza. Secondo i suoi calcoli era alto 2 metri e largo 1 (Kjellson non fornisce la profondità), mentre la sua forma viene detta semiovale, simile a quella del guscio di una cozza.

Sopra la superficie concava erano tese longitudinalmente delle corde ed era sostenuto da una struttura che lo manteneva fisso in posizione leggermente rialzata. I monaci dissero a Linauer che quel curioso strumento a corda non veniva suonato né toccato, ma semplicemente cantava in silenzio, emettendo, secondo le parole di Kjellson, <<un’onda di risonanza non percepibile all’udito>> solo quando il gong veniva percosso producendo il suo suono caratteristico.

In combinazione con questi strani strumenti veniva usata una coppia di schermi, accuratamente posizionati in modo da formare un triangolo con i primi due, il cui scopo sembrava quello di raccogliere, contenere e riflettere l’<<onda di risonanza non percepibile all’udito>> emessa dallo strumento semiovale.

Quando fu il momento di una dimostrazione pratica, un monaco armato di una grossa mazza si avvicinò al gong e cominciò a colpirlo traendone una serie di brevi suoni a bassa frequenza che dovevano avere un effetto peculiare sui sensi dell’ udito.

Il gigantesco guscio di mollusco cominciò a emettere quella che immagino fosse una successione di ultrasuoni che, raccolti e deviati, provocavano una temporanea assenza di peso in blocchi di pietra.

Quando ciò avveniva, un monaco poteva sollevare con una sola mano una queste pietre. Linauer fu informato che con questa tecnica i loro antenati avevano potuto costruire la muraglia di protezione intorno all’intero Tibet.

I monaci gli assicurarono anche (ma di questo lui non fu testimone diretto che quegli strumenti, e altri simili, potevano essere usati per disintegrare o dissolvere la materia fisica.

Il prezioso racconto di Linauer sembrerebbe aggiungere argomenti a sostegno della tesi che isolate comunità monastiche nel Tibet più remoto fossero in grado di usare il suono per togliere peso alle pietre. Se riusciamo ad accettare come autentiche storie del genere, si rafforza la probabilità che le leggende arcaiche che in Egitto, in Bolivia, in Messico e nell’antica Grecia raccontano di mura, templi e perfino città costruite con strumenti sonori avevano una base reale, per quanto distorta. Inoltre, il racconto di Linauer sull’ “onda di risonanza” usata per “dissolvere la materia” conferma le scoperte di Christopher Dunn a proposito dell’ impiego degli ultra suoni per perforare il granito da parte dei costruttori delle Piramidi

Non disponiamo di elementi per capire come mai isolate comunità religiose tibetane praticassero forme di tecnologia sonica ancora nella prima metà del ventesimo secolo. È possibile che le avessero ereditate da qualche cultura precedente, prebuddista, come quella dei monaci di Bonpo, la religione sciamanica indiana che influenzò profondamente le pratiche rituali del lamaismo tibetano. Altrettanto possibile è che, totalmente prive di contatto con il mondo esterno, le scuole monastiche sviluppassero queste capacità del tutto autonomamente. Forse la loro profonda conoscenza delle leggi universali li mise in rado di scoprire un mezzo con cui controllare le forze della natura in un modo totalmente diverso dalla visione della scienza che ha il nostro mondo.

Per i religiosi del Tibet, le leggi di gravità di Newton e della relatività di Einstein semplicemente non esistevano, quindi non potevano intralciare la via del progresso. Ma se accettiamo questa ipotesi, dobbiamo anche immaginare che la cultura egiziana degli Anziani possedeva un’eguale lettura del mondo tanto che fu in grado di sviluppare una conoscenza delle leggi universali che va al di là dell’immaginazione del mondo scientifico. Se così fosse, dobbiamo anche concludere che è solo il nostro approccio rigido e dogmatico a impedirci di sviluppare tecnologie che non sopportano le restrizioni dei limiti della scienza ortodossa.

La perdita più grave

Riconoscere che il lamaismo tibetano potrebbe aver sviluppato, o forse ereditato, una conoscenza avanzata della tecnologia sonica ci porta a chiedere come sia stato possibile che questa notizia non sia mai trapelata nel mondo occidentale. La risposta a questo inquietante interrogativo è un curioso paradosso. Quando Linauer assisté alle straordinarie proprietà del grande gong e dello strano strumento a forma di cozza, i monaci gli spiegarono che avevano custodito gelosamente i segreti della loro tecnologia perché non venisse sfruttata male nel mondo esterno. Di norma i viaggiatori stranieri non venivano ammessi ad assistere agli effetti prodotti dai loro incredibili strumenti. I monaci precisarono che la ragione di tanta riservatezza era la convinzione che se avesse raggiunto l’Occidente, questo antico potere sarebbe stato sfruttato a fini egoistici e distruttivi, e non potevano permetterlo. Una decisione simile è perfettamente comprensibile; il risultato però è stato che le testimonianze offerte da viaggiatori occidentali come Jarl e Linauer sono le uniche notizie che abbiamo in proposito. Inoltre, la distruzione del lamaismo tibetano a opera della Rivoluzione Culturale cinese già dagli anni Cinquanta ha privato il mondo scientifico della sua migliore occasione di confermare che la tecnologia sonica era ancora praticata negli anni Trenta. Nonostante le affermazioni contrarie della propaganda cinese, l’occupazione del Tibet prosegue oggi più brutale che mai.

Molti esuli tibetani sono perfettamente al corrente delle storie incredibili che parlano di un tempo in cui i loro antenati avevano la capacità di far levitare blocchi di pietra e di disintegrare la roccia con il solo potere del suono. Questa sfida alle leggi naturali è oggi poco più di un ricordo che va rapidamente sbiadendo nella mente di anziani monaci e lama. Che queste antiche scienze siano state preservate per millenni per poi andare perdute nell’epoca moderna è davvero una perdita gravissima.

Leggere i racconti di Jarl e Linauer e rendersi conto che oggi non esistono più neppure i monasteri è un fatto di una tragicità estrema.

La fiamma della conoscenza si era estinta completamente? Esisteva il modo di riattizzarla ricostruendo i fondamenti teorico-fisici alla base di questa scienza apparentemente perduta, nota al mondo antico? Intendevo scoprirlo con ogni mezzo possibile.

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Questo è quanto scrive A. Collins, e cerca con testimonianze storiche di dimostrare come sono state costruite molte Piramidi e Templi in così breve tempo su terreni limitati che non potevano contenere gli operai e le attrezzature necessarie, almeno secondo la nostra conoscenza scientifica.

 

fonte: misteri.us

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John Hutchison – L’EFFETTO HUTCHISON

Pubblicato da curiositybox su 27 Dicembre 2007

John Hutchison con alcuni esempi di effetti sugli oggetti

The Hutchison Effect: Una Spiegazione – (Mark A. Solis)

La gente spesso chiede, “Cosa e’ esattamente l’effetto Hutchison?” Questo breve saggio e’ un tentativo di rispondere a quella domanda per soddisfare la maggioranza. Prima di tutto, l’effetto Hutchison e’ un’insieme di fenomeni scoperti casualmente da John Hutchison durante i tentativi di studiare le onde longitudinali di Tesla nel passato 1979. In altre parole, l’Effetto Hutchison non e’ semplicemente un effetto singolare. E’ molto di piu’.

L’Effetto Hutchison si verifica come il risultato di interferenze di onde radio in una zona di spazio volumetrico avvolto da sorgenti di alto voltaggio, solitamente un generatore Van de Graff, e due o piu’ bobine di Tesla.
Gli effetti prodotti includono levitazione di oggetti pesanti, fusione di materiali dissimili come metallo e legno (esattamente come ritratti nel film, “l’esperimento Philadelphia”), il riscaldamento anomalo di metalli senza bruciare i materiali adiacenti, rotture spontanee di metalli (i quali si separano con modalita’ di scorrimento laterale ), e cambiamenti sia provvisori che permanenti nella struttura cristallina e delle proprieta’ fisiche dei metalli.

La levitazione di oggetti pesanti dall’Effetto Hutchison non e’ – ripeto non e’ – il risultato di semplice levitazione elettrostatica o elettromagnetica. Dichiarare che queste forze da sole possano spiegare il fenomeno, e’ palesemente ridicolo e confutato facilmente solo provando ad utilizzare tali metodi per duplicare quello che l’Effetto Hutchison ha ottenuto, che e’ stato documentato bene sia su film che su videotape ed e’ stato presenziato molte volte da numerosi scienziati e ingegneri forniti di credenziali.
Gli sfidanti devono notare che il loro apparato deve essere limitato all’uso di 75 watt di potenza da una 120 Volt AC di uscita, come quello che e’ tutto cio che usa l’apparato di Hutchison per fare levitare una palla di cannone da 60 pound (27,2 Kg).

La fusione di materiali dissimili, che e’ estremamente eccezionale, indica chiaramente che l’Effetto Hutchison ha un’influenza potente sulle forze di Van der Waals (nota 1). In una contraddizione impressionante e sconcertante, le sostanze dissimili possono riconciliarsi semplicemente “insieme”, tuttavia le singole sostanze non si dissociano.
Un blocco di legno puo’ semplicemente “penetrare dentro” una barra di metallo, tuttavia ne’ la barra di metallo ne’ il blocco di legno si sfasciano. Inoltre, non c’e’ alcuna prova di spostamento (o spiazzamento), tale si verificherebbe se, ad esempio, come quando accade calando una pietra in una coppa d’acqua.

Il riscaldamento anomalo di metalli senza alcuna prova di bruciare o bruciacchiarsi dei materiali adiacenti (di solito legno) e’ un’indicazione chiara che la natura del calore potrebbe non essere stata completamente capita. Questo ha implicazioni di vasta portata per la termodinamica, che dipende completamente dalla presunzione di tale conoscenza.
Si dovrebbe notare che l’integrita’ della termodinamica e’ rappresentata dalla parte infrarossa dello spettro elettromagnetico, la quale e’ insignificante in un contesto da 0 Hz a infiniti Hz. Il riscaldamento anomalo esibito dall’Effetto Hutchison mostra chiaramente che abbiamo molto da imparare, specialmente la dove si incontrano termodinamica ed electromagnetismo.

Lo spaccarsi spontaneo dei metalli, cosi’ come si verifica con l’Effetto Hutchison, e’ specifico per due ragioni: (1) non c’e’ alcuna prova di una “forza esterna” che causi lo spaccarsi e (2) il metodo con cui il metallo si separa, implica un movimento scorrevole in una direzione trasversale, orizzontalmente. Il metallo semplicemente si sfalda (disfa).

Alcuni cambiamenti temporanei della struttura cristallina e delle proprieta’ fisiche dei metalli sono piuttosto reminiscenti della “curvatura di cucchiaio” di Uri Geller, eccetto che non ce nemmeno un campione di metallo quando hanno luogo i cambiamenti. Un video mostra un cucchiaio che sbatte su e giù come uno straccio molle in una brezza. Nel caso di cambiamenti permanenti, una barra di metallo sara’ dura ad una estremita’, come acciaio e morbida avanzando verso l’altra estremita’, come piombo polverizzato. Ancora, questa e’ l’evidenza di una influenza forte sulle forze di Van der Waals.

Le interferenze di onde radio implicate nella produzione di questi effetti, sono prodotte da piu’ di quattro o cinque differenti sorgenti radio, tutte operanti a bassa potenza. Tuttavia, la zona in cui le interferenze hanno luogo e’ stressata da centinaia di chilovolts.

Si suppone, da alcuni ricercatori, che quello che Hutchison ha fatto, sia aprire il rubinetto nell’Energia del Punto Zero (ZPE). Questa energia prende il suo nome dal fatto che e’ evidenziata da oscillazioni a zero gradi Kelvin, dove e’ supposto che tutte le attività in un atomo cessino.
Questa energia e’ associata ad emissioni spontanee e annichilazione di elettroni e positroni che provengono dal cosidetto “vuoto quantico”. La densità dell’energia contenuta nel vuoto quantico e’ stimata da alcuni, a dieci alla tredicesima (10^13) Joules per centimetro cubo, che è riferita essere sufficiente a far evaporare via gli oceani della Terra in un momento.

Dato accesso a tali energie, c’e’ poco da meravigliarsi che l’Effetto Hutchison produca fenomeni così bizzarri. Attualmente e’ difficile riprodurre i fenomeni con qualsiasi regolarità. L’obiettivo su cui concentrarsi in futuro, quindi, e’ prima di tutto aumentare la frequenza di occorrenza degli effetti, quindi ottenere qualche grado di precisione nel loro controllo.

In questo momento il lavoro continua. Entro breve tempo, intendiamo vedere quale progressi potranno nascere.

Shreveport, Louisiana February 16, 1999
Copyright © 1999 by Mark A. Solis

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