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Archivio per Aprile 2008

Come il cervello riconosce la lingua madre

Pubblicato da curiositybox su 15 Aprile 2008

7 aprile 2008 – 09:20

(IMMEDIAPRESS) – L’attività elettrica cerebrale rivela la lingua nativa di una persona che legge in silenzio. La scoperta, effettuata dai ricercatori del Cnr e dell’Università Milano-Bicocca e pubblicata sulla prestigiosa rivista Biological Psychology, aiuta a determinare l’idioma originario di una persona in stato di amnesia, in stato confusionale o sordomuta

I risultati di uno studio, coordinato da Alice Mado Proverbio del laboratorio di Elettrofisiologia cognitiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con Roberta Adorni, e Alberto Zani, ricercatore dell’Istituto di Bioimmagini e Fisiologia Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Milano-Segrate dimostrano che esiste una regione del cervello, chiamata area per la forma visiva delle parole, localizzata nel cosiddetto giro fusiforme sinistro della corteccia occipito/temporale, che riconosce automaticamente la forma delle lettere e delle parole, ed è molto sensibile ai livelli di familiarità delle stesse.
“Abbiamo condotto la nostra ricerca su 15 interpreti simultanei italiani di elevata professionalità la cui competenza dell’inglese era indistinguibile (ai fini professionali) da quella della lingua madre”, spiega Alice Mado Proverbio, “constatando che componenti indipendenti dell’attività bioelettrica cerebrale distinguono la lingua madre da qualunque lingua appresa in età scolare, anche se la padronanza è elevatissima ed equivalente a quella della lingua nativa”.
In particolare, una prima onda d’attività (chiamata N170) sulla regione visiva sinistra del cervello, osservabile tra 150 e 200 ms dopo la presentazione di una parola, ha una grandezza diversa a seconda che la parola letta appartenga alla lingua madre o a lingue apprese successivamente, cioè dopo i 5 anni di vita. Questo fenomeno è dovuto al fatto che l’apprendimento della lingua nativa, in persone monolingui, si verifica contemporaneamente all’acquisizione delle conoscenze concettuali e normative, come pure delle esperienze corporee e sensoriali.
“Per esempio”, continua la ricercatrice, “un bimbo impara che un /kol’tɛ:llo/ la cui forma sonora viene elaborata nella corteccia temporo/parietale posteriore (cioè la regione del cervello che si trova nel cranio, all’incirca sopra le orecchie) è lungo, affilato, lucente, freddo, appuntito (informazioni immagazzinate nella corteccia somato/sensoriale apprese toccando e guardando), che solo gli adulti lo possono maneggiare (valore normativo, con un collegamento alla corteccia prefrontale, la parte del cervello anteriore alle aree motorie e premotorie), che è pericoloso e può procurare delle ferite (valenza emotigena, sviluppo di marker somatici immagazzinati nella corteccia orbito-frontale e nell’amigdala). L’apprendimento della traduzione in inglese del termine (coltello = knife) dopo la formazione delle conoscenze sul mondo corrisponderà invece all’acquisizione di un’informazione di tipo puramente fonetico (cioè, uditivo) ed ortografico (cioè grafico), e non condividerà il substrato neurobiologico della memoria dell’individuo, se non in modo indiretto”.
Questo spiega perché l’attività delle popolazioni di cellule nervose adibite alla comprensione del linguaggio è molto diversa per parole della lingua madre o di altre lingue straniere apprese dopo i 5 anni, e la misurazione dei loro potenziali bioelettrici di interscambio è molto sensibile all’età di acquisizione di una lingua.
Dopo i 250 ms dalla presentazione di una parola è anche possibile stabilire con una certa precisione le differenze nella competenza linguistica per le varie lingue straniere (ad esempio inglese rispetto a tedesco che, nel caso dei 15 interpreti, era la seconda lingua non preferita). Dall’osservazione dell’attività cerebrale sulla regione visiva occipitale sinistra e frontale sinistra e destra si nota che la parte posteriore del cervello è più attiva durante la lettura di parole della lingua meglio conosciuta, mentre la parte anteriore lo è, sempre per la lingua meglio padroneggiata, in risposta a parole inesistenti, producendo un’onda negativa discriminativa, che riflette la difficoltà di accesso al significato di una parola.
La registrazione dei potenziali bio-elettrici si è rivelata sensibile a sottilissime variazioni nella competenza linguistica di interpreti simultanei di provata professionalità internazionale, mentre è naturalmente ancora più rispondente a macroscopiche differenze nell’abilità linguistica di persone con livelli di conoscenza meno avanzati.
“Possiamo ben dire”, conclude Mado Proverbio, “che i risultati dello studio, mostrano che la lingua madre di una persona che non parla, volontariamente o meno, può essere dedotta dalla sua rispondenza bioelettrica alle parole se le si richiede di esaminare attentamente un testo pur senza richiesta di comprenderlo (e questo può avvenire anche in persone amnesiche, in stato confusionale o sordomute, come pure in persone con gravi forme degenerative cerebrali o di paralisi muscolare). Il risultato è ancora più interessante se si considera che altri metodi utilizzati per identificare la nazionalità di un individuo sulla base di test linguistici (ad esempio, l’analisi dell’accento, della pronuncia, della conoscenza di fatti geografici e culturali) sono a tutt’oggi considerati poco attendibili”.

La scheda:
Chi: Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, Istituto di Bioimmagini e Fisiologia Molecolare del Cnr di Milano-Segrate
Che cosa: scoperte le varie fasi di come il cervello elabora la lingua madre e le lingue straniere;
pubblicato su Biological Psychology, http://www.sciencedirect.com/science/journal/03010511

Per informazioni: Alice Mado Proverbio, Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, tel 02-64483755 – cell. 380/7975939 email mado.proverbio@unimib.it

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Per maggiori informazioni: WHO’S WHO IN ITALY
Annamaria Cappucci
Direttore Centro e Sud Italia
0658201976
annamaria.cappucci@fastwebnet.it

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RESOCONTO DI UNA SERATA ALL’INSEGNA DELL’ARCHEOLOGIA PRATESE

Pubblicato da curiositybox su 11 Aprile 2008

Gli Etruschi a Prato: un motore per lo sviluppo della città

A Viaccia, in un’affollata sala parrocchiale, alla presenza di una nutrita rappresentanza di comitati cittadini ed associazioni pratesi, si è svolta per iniziativa del gruppo culturale di Viaccia, la conferenza di Giuseppe Centauro per la presentazione degli studi archeologici recentemente pubblicati dall’Associazione Camars, in collaborazione con il gruppo Narnalinsieme e con il contributo finanziario della Provincia di Prato. Il prof. Giuseppe Centauro, in qualità di curatore della pubblicazione, dopo la presentazione del libro “Presenze Etrusche in Calvana. Siti e necropoli”, ha illustrato quelle che sono le straordinarie risorse archeologiche del territorio pratese e le nuove tematiche di ricerca che si stanno attualmente perseguendo in una chiave di valutazione delle prospettive future di sviluppo e valorizzazione del territorio che hanno avuto come esito lo svolgimento di un dibattito intenso e molto proficuo sul piano delle proposte. L’Ass. all’Urbanistica della Provincia di Prato, Nadia Baronti, ha ribadito la centralità dell’argomento in relazione alle future politiche territoriali di pianificazione e l’intenzione di sostenere le ricerche promosse dalle associazioni. E per citare solo alcuni dei numerosi interventi della serata: Oliviero Giorgi (presidente di Narnalinsieme) ha informato l’uditorio della proposta, da lui stesso già avanzata in mattinata al convegno sui destini dell’area ex Banci (masterplan Urban), di creare all’interno del costituendo Parco urbano dell’Expò di Prato sulla declassata una struttura museale permanente dedicata alle presenze etrusche sul nostro territorio, ricordando anche l’iniziativa parlamentare del 2006, da reiterare nella prossima legislatura, al fine di promuovere una legge speciale per costituire e finanziare, nel segno di Camars, un archeo-parco dei Monti della Calvana e di Gonfienti da far crescere intorno alla “Via etrusca dei due mari”. Con la solita vis dialettica Silvestrini (Ass. La Bottega d’arte comune di Iolo) ha ribadito invece la necessità di dare sempre più spazio alla conoscenza diffusa come condizione di condivisione per una diversa politica territoriale che nasca dal basso, fuori dai partiti, nonché di rilanciare prontamente la proposta di Centauro (v. intervista Tirreno del 6 aprile) di organizzare un Convegno internazionale sulle presenze etrusche a nord dell’Arno. Francesco Fedi (portavoce del Comitato Città Etrusca sul Bisenzio) ha anticipato i contenuti del progetto culturale della prossima estate, nato per mettere in scena a poggio Castiglioni una rappresentazione teatrale ispirata al mondo etrusco in concomitanza con la tappa pratese della grande escursione transappenninica che si farà in luglio da Spina (Adriatico) a Pisa (Tirreno), inaugurando così la “Via etrusca dei due mari”, tuttavia premettendo che di queste eccellenti iniziative verrà data puntuale informazione in una grande conferenza stampa che si terrà più avanti, entro il corrente mese. Ancora tra i presenti in sala, oltre al presidente dell’Ass. Camars, Roberto Tazioli, anche altri autori dei testi pubblicati, in particolare, Silvio G. Biagini e Marisa Perazzoli, artefici delle segnalazioni dei ritrovamenti di Gonfienti e della necropoli della Lastruccia in Calvana.

Tutti i presenti hanno ribadito concordemente che non saranno ammessi ulteriori scippi delle risorse archeologiche pratesi a cominciare dalla costituzione in loco, con riferimento agli scavi di Gonfienti, di un antiquarium in grado di ospitare tutti gli straordinari reperti venuti alla luce nell’insediamento etrusco sulle rive del Bisenzio, contestualizzandoli in modo univoco al sito originario che li ha generati.

Un capolavoro etrusco pratese: la kylix del pittore Douris (ca. 475 a.C.)     Foto S.A.T. (2003)

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Ambiente ed inquinamento: meglio mangiare la carne bianca…

Pubblicato da curiositybox su 9 Aprile 2008

…che la rossa!Meglio ancora sarebbe diventare vegetariani….

non si ucciderebbero altri esseri viventi per cibarsi, e
si inquinerebbe ancora di meno il pianeta:chi si ricorda del mio post
sui ruminanti che emettono molto piu’ gas inquinanti che i camion?

da un articolo di VALERIO GUALERZI su Repubblica del 23 Marzo 2008, a:
http://www.repubblica.it/2007/11/spe…aso-carne.html

Scegliere polli non cresciuti in gabbia non è importante solo per il
gusto e la qualità
Dall’accrescimento forzato degli animali danni pesanti per salute e
ambiente
Bianca, biologica e allevata libera la carne che fa meno male al
Pianeta.

ROMA – E’ un sentiero stretto quello che deve percorrere il
consumatore, responsabile ma deciso a non fare sparire la carne dalla
sua tavola. I margini per comportarsi in maniera eco compatibile senza
rinunciare alla bistecca o al pollo arrosto sembrano essere davvero
esigui. Se l’aggettivo viene ormai associato un po’ a tutto,
dall’energia ai trasporti, dal turismo all’agricoltura -gli ecologisti
integralisti lo considerano più che altro un ossimoro di comodo-
definire un allevamento “sostenibile” è qualcosa che rimane difficile
anche ai più pragmatici.

“Se prendiamo in esame quello che accade nella zootecnia bovina c’è
davvero poco a cui aggrapparsi”, spiega Guglielmo Donadiello,
responsabile agricoltura di Legambiente. “Le pratiche d’ingrassamento
rese necessarie dal consumo di carne rossa su larga scala sono
sostanzialmente incompatibili con qualsiasi concetto di sostenibilità.
Le cosiddette vacche ‘nutrici’ possono anche essere lasciate pascolare
in libertà, ma tutto finisce quando avviene il ristallo e devono
essere rimpinzate di soia proveniente in massima parte dalle
coltivazioni intensive dell’America Latina, con gli enormi costi
ambientali (trasporto, deforestazione, inquinamento) che questo
comporta”.

I cultori dello Slow Food e delle razze autoctone da crescere al
pascolo non saranno d’accordo, ma sul potenziale di questa alternativa
Donadiello è scettico. “All’attuale ritmo dei consumi – dice – tutti i
capi di Piemontese e Chianina non sarebbero in grado di sfamare Milano
e Roma per più di qualche mese”. “L’unica vera alternativa – aggiunge
- potrebbero essere gli allevamenti biologici”, dove non solo sono
messi al bando determinati tipi di mangimi, ma gli animali sono
lasciati crescere in libertà e più lentamente.

In Italia, stando all’ultimo rapporto Ismea, sono però una rarità:
quelli con oltre cento capi di bestiame censiti nel 2007 sono in tutto
13. Comprare carne bovina biologica in Italia significa quindi quasi
sempre comprarla d’importazione, con tutto ciò che ne consegue dal
punto di vista dell’inquinamento prodotto dal trasporto.

Va un po’ meglio se dalla carne rossa ci si sposta su quella bianca, e
non solo perché a parità di chili prodotti la quantità di CO2 emessa
cala decisamente. Nel campo avicolo gli allevamenti “sostenibili” sono
infatti più facili da realizzare e malgrado il forte ritardo che ci
distingue dal resto d’Europa, anche qualche gigante del settore come
Amadori ha iniziato a darsi da fare. “Fermo restando che malgrado la
forte differenza di prezzo la scelta migliore resta quella del
biologico, stanno iniziando a diffondersi anche degli allevamenti
‘convenzionali’ dove gli animali sono tenuti in libertà”, spiega
Donadelli. Le differenze rispetto a quelli cresciuti in gabbia sono
fondamentali, non solo per le evidenti ragioni “animaliste”.

“Tenuti liberi – precisa ancora Donadelli – polli e tacchini hanno il
tempo di crescere fino a circa ottanta giorni anziché i trenta delle
gabbie. Questo significa che non devono essere pompati immediatamente
con le proteine della solita soia importata, ma hanno il tempo di
assimilare quelle di orzo e altri cereali, incamerando anche i sali
minerali importanti per la nostra alimentazione”.

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L’impatto della carne

Pubblicato da curiositybox su 9 Aprile 2008

Dimuire il consumo di carne. Una questione che, ai giorni nostri, ha un’importanza cruciale. Personalmente sono vegetariano, ma credo che sarebbe sufficiente una maggiore attenzione nell’assunzione di proteine animali per ottenere grandi risultati. Per questo ho fatto un po’ di conti. Immaginiamo infatti, di eliminare dalla dieta settimanale 100 grammi di salame o di prosciutto, e una braciola di maiale (150 grammi). Sono 250 grammi a settimana e all’incirca 13 chili di carne all’anno. Immaginiamo una famiglia di tre persone. Il conto porta presto a 39 chili l’anno.
Ma cosa significa 39 chili di carne in meno per una famiglia?

Tralasciando il discorso economico, che comunque non è da sottovalutare, calcolando che per un chilo di proteine animali servono da 3 a 10 chili di proteine vegetali e che un chilogrammo di carne richiede 15 metri cubi di acqua, contro i 0,4-3 metri cubi necessari per un chilo di cereali, il conto è presto fatto. La famiglia avrà liberato all’incirca 253 chili di cereali per altre destinazioni e la bellezza di 585 metri cubi di acqua ovvero la quantità d’acqua necessaria per riempire quasi due appartamenti di 100 metri quadrati. Basta moltiplicare queste cifre per qualche milione di abitanti e non serve molta fantasia per capire l’impatto che una scelta del genere avrebbe sul pianeta. Leggi Un futuro da vegetariani.

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Effetto serra, la carne è peggio dei Suv

Pubblicato da curiositybox su 9 Aprile 2008

E’ giusto avere consapevolezza delle proprie azioni. E dunque sappiate che mangiare un chilo di carne vuol dire immettere nell’atmosfera tanta anidride carbonica – il gas dell’effetto serra – quanta se ne produce guidando per tre ore un Suv e lasciando nel frattempo tutte le luci di casa accese. E’ l’anticipazione, fornita da Veganitalia, di uno studio giapponese che sarà pubblicato sul prossimo numero di News Scientist. Insomma, la carne ha un’impronta ecologica pesantissima. Però, incredibilmente, questo non riesce ad entrare nel sentire comune.

Per nutrire gli animali da carne si sottraggono enormi estensioni di terreno agricolo ed enormi quantità di acqua alla produzione di cibo per gli uomini. Ma di questo lo studio giapponese non si occupa: spiega invece che per confezionare e trasportare la dose di mangime servita quotidianamente ad un solo animale ci vuole una quantità di energia pari a quella utilizzata per tenere accesa una lampadina da 100 watt per la durata di 20 giorni. In più il sistema digestivo del bestiame rilascia ciclopiche quantità di metano, che è un gas serra 23 volte più potente dell’anidride carbonica. A conti fatti, e “traducendo” questo metano nell’equivalente anidride carbonica, per ogni chilo di carne che consumiamo entrano in atmosfera 36,4 chili di anidride carbonica. Giudicate voi se è il caso di dare un simile schiaffo al clima e pianeta solo per il gusto di addentare un arrosto anzichè un piatto di lenticchie o di ceci. Leggi L’impatto della carne.

fonte: blogeko.libero.it

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La bistecca fa male alla Terra l’effetto serra ci cambia la dieta

Pubblicato da curiositybox su 9 Aprile 2008

di MARK BITTMAN

NEW YORK – Un cambiamento epocale nell’uso di una risorsa che si dà per scontata potrebbe essere imminente. No, non si tratta di petrolio, ma di carne. Come il petrolio anche la carne è soggetta a una domanda crescente a mano a mano che le nazioni diventano più ricche e ciò ne fa salire il prezzo. E come il petrolio anche la carne è qualcosa che tutti sono incoraggiati a consumare in quantità minori. La domanda globale di carne si è letteralmente impennata negli ultimi anni, sulla scia di un benessere crescente, alimentata dal proliferare di vaste operazioni di alimentazione forzata di animali d’allevamento. Queste vere e proprie catene di montaggio della carne, che partono dalle fattorie, consumano quantità smisurate di energia, inquinano l’acqua e i pozzi, generano significative quantità di gas serra, e richiedono sempre più montagne di mais, soia e altri cereali, un fatto che ha portato alla distruzione di vaste aree delle foreste pluviali tropicali.

Proprio questa settimana il presidente brasiliano ha annunciato provvedimenti di emergenza per fermare gli incendi controllati e l’abbattimento delle foreste pluviali del Paese per creare nuovi pascoli e aree di coltura. Negli ultimi cinque mesi soltanto, ha fatto sapere il governo, sono andate perse 1.250 miglia quadrate di foreste.

Nel 1961 il fabbisogno complessivo di carne nel mondo era di 71 milioni di tonnellate. Nel 2007 si stima che sia arrivato a 284 milioni di tonnellate. Il consumo pro-capite di carne è più che raddoppiato in questo arco di tempo. Nel mondo in via di sviluppo è cresciuto del doppio, ed è raddoppiato in venti anni. Il consumo mondiale di carne si prevede che sia destinato a raddoppiare entro il 2050.

Produrre carne comporta il consumo di tali e tante risorse che è una vera impresa citarle tutte. Ma si consideri: secondo la Fao, la Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, le terre destinate all’allevamento del bestiame costituiscono il 30 per cento delle terre emerse non ricoperte da ghiacci del pianeta. Questa stessa produzione di bestiame è responsabile di un quinto delle emissioni di gas serra della Terra, più di quelle emesse dai trasporti nel loro complesso. Uno studio dello scorso anno dell’Istituto nazionale di scienze dell’allevamento in Giappone ha stimato che ogni taglio di carne di manzo da un chilogrammo è responsabile dell’equivalente in termini di diossido di carbonio alle emissioni di una vettura media europea ogni 250 chilometri circa e brucia l’energia sufficiente a tenere accesa per 20 giorni una lampadina da 100 watt.

Cereali, carne e perfino energia sono collegati tra loro in un rapporto di interdipendenza che potrebbe avere spaventose conseguenze. Benché circa 800 milioni di persone di questo pianeta soffrano la fame o siano affette da malnutrizione, la maggior parte dei raccolti di mais e soia coltivati finiscono a nutrire bestiame, maiali e galline. Ciò avviene malgrado un’implicita inefficienza: per produrre le stesse calorie assimilate tramite il consumo di carni di bestiame allevato e il consumo diretto di cereali occorrono da due a cinque volte più cereali, secondo quanto afferma Rosamond Naylor, docente associato di economia all’università di Stanford. Nel caso di bestiame allevato negli Stati Uniti con cereali questo dato deve essere moltiplicato ancora per dieci. Negli Stati Uniti l’agricoltura praticata per soddisfare la domanda di carne contribuisce, secondo l’Agenzia per la Protezione Ambientale, a circa tre quarti dei problemi di qualità dell’acqua che caratterizzano i fiumi e i corsi d’acqua della nazione.

Considerato poi che lo stomaco delle bestie allevate è fatto per digerire erba e non cereali il bestiame allevato a livello industriale prospera soltanto nel senso che acquista peso rapidamente. Questo regime alimentare ha reso possibile allontanare il bestiame dal suo ambiente naturale e incoraggiare l’efficienza dell’allevamento e della macellazione in serie. È tuttavia una prassi che provoca problemi di salute tali che la somministrazione di antibiotici è da ritenersi usuale, al punto da dar vita a batteri resistenti agli antibiotici.

Questi animali nutriti a cereali contribuiscono oltre tutto a una serie di problemi sanitari tra gli abitanti più benestanti del pianeta, quali malattie cardiache, alcuni tipi di cancro e diabete. La tesi secondo cui la carne fornisce un apporto proteico è giusta, purché le quantità siano limitate. L’esortazione americana quotidiana a consumare carne – del tipo “guai a te se non mangi la bistecca” – è negativa.

Che cosa si può fare? Risposte facili non ce ne sono. Tanto per cominciare occorre una migliore gestione degli sprechi. A ciò contribuirebbe l’abolizione dei sussidi: le Nazioni Unite stimano che questi costituiscono il 31 per cento dei guadagni globali dell’agricoltura. Anche migliori tecniche di allevamento sarebbero utili. Mark W. Rosengrant, direttore della tecnologia ambientale e della produzione presso l’istituto senza fini di lucro International Food Policy Research afferma: “Occorrerebbe investire nell’allevamento e nella gestione del bestiame, per ridurre la filiera necessaria a produrre un livello qualsiasi di carne”.

E poi c’è la tecnologia. Israele e Corea sono tra i Paesi che stanno sperimentando tecniche di sfruttamento delle scorie e del letame animale per generare elettricità. Altro suggerimento utile potrebbe essere quello di far ritorno al pascolo. Mentre la domanda interna di carne è ormai uguale ovunque, la produzione industriale di bestiame è cresciuta due volte più rapidamente dei metodi di base di sfruttamento delle terre, secondo quanto risulta alle Nazioni Unite. I prezzi reali di carne bovina, di maiali e pollame si sono mantenuti costanti, forse sono perfino scesi, per 40 anni e più, anche se ora stiamo assistendo a un loro aumento di prezzo. Se i prezzi elevati non costringono a cambiare le abitudini alimentari, forse sarà tutto l’insieme – la combinazione di deforestazione, inquinamento, cambiamento del clima, carestia, malattie cardiache e crudeltà sugli animali – a incoraggiare gradualmente qualcosa di molto semplice: mangiare più vegetali e meno animali.
Nel suo studio del 2006 sull’impatto dei consumi di carne sul pianeta, intitolato “La lunga ombra del bestiame”, la Fao dice: “È motivo di ottimismo prendere atto che la domanda di prodotti animali e di servizi ambientali sono in conflitto tra loro ma possono essere riconciliate”. Gli americani, in effetti, stanno comprando sempre più prodotti eco-compatibili, scegliendo carni, uova e latticini prodotti con metodi sostenibili. Il numero dei prodotti e dei mercati di questo tipo si è più che raddoppiato negli ultimi 10 anni.

Se gli attuali trend continueranno, invece, la carne diventerà una minaccia più che un’abitudine. Non diventerebbe del tutto insolito consumare carne, ma proprio come i SUV dovranno cedere il passo a vetture ibride, l’epoca dei 220 grammi al giorno di carne sarà giunta alla fine. Forse, dopotutto, non sarà poi così drammatico.
(copyright The New York Times)
(Traduzione di Anna Bissanti)


(28 gennaio 2008 )   fonte: www.repubblica.it

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