Curiositybox

Personaggi, Avvenimenti, Notizie, Invenzioni e Curiosità dal Mondo della Scienza

SOVVERSIVO O ERETICO? GIORDANO BRUNO NELLE MANI DELL’INQUISIZIONE

Posted by curiositybox su 5 febbraio 2008

 bruno3.gif        bruno.gif

Nel 1548 nasceva nella città di Nola, da un soldato di mestiere, tal Filippo Bruno.
Chi era costui? Filippo Bruno, nel 1576, sarebbe entrato nell’Ordine dei Domenicani ed avrebbe assunto il nome di Giordano. Nome con il quale entrò, per sua sventura, nella storia.

Bisogna precisare una circostanza.
L’Ordine dei Domenicani del XVI secolo aveva in gran parte perso lo smalto che lo aveva reso celebre. In altre parole l’Ordine non era più lo strenuo difensore della fede (1), secondo la tradizione che aveva oculatamente costruito intorno a sé da almeno due secoli (2).
In effetti, storicamente, l’Ordine era diventato una autentica fucina – se non proprio di eretici – quanto meno di sovversivi, l’un contro l’altro armati. Del resto il sospetto eresia era stato ufficialmente sollevato nei termini precisi della terminologia giuridica dell’epoca (leggi diritto Inquisitorio). In questa novella veste i Domenicani dettero il loro bel da fare ai centri del potere della Curia e della Romana Inquisizione.
E il Convento di S. Domenico di Napoli, non costituiva avvezione alla regola come non la costituiva il nostro Giordano che vi era ospitato. Egli, nel 1576, era stato già deferito, su denuncia di alcuni confratelli, al Tribunale dell’Inquisizione per il primo di tre processi.
Questa volta gli andò bene: Giordano gettò la toga alle ortiche e se ne fuggì a Roma.
Di qui iniziò una serie di peregrinazioni che dovevano condurlo attraverso l’Italia e l’Europa della “Riforma” compiendo un cammino che lo avrebbe portato al suo ineluttabile destino.
Ovviamente, proprio a Roma, visse il problema di rifarsi una “verginità”. Accadde così che, opportunisticamente, riassunse l’abito talare per dimetterlo subito dopo. Da quel momento iniziarono le sue peregrinazioni attraverso l’Italia. Ma l’ex domenicano non era indubbiamente un tipo che amasse la tranquillità: se i guai non cercavano lui, era lui che se li andava a cercare.
Da Roma, infatti, passò a Ginevra, a Parigi, a Londra, a Praga e Venezia. In queste città trovò il modo di rompere con Calvino (a Ginevra) e con gli Hussiti (a Praga). Divenne in tal modo, una sorta di pericolo pubblico numero uno: inviso alla Inquisizione Romana (vale a dire alla Controriforma); fu ben preso un reietto anche per le Inquisizioni che la Riforma aveva istituzionalizzato nei paesi di cultura protestante (3).
Fu giocoforza rientrare in Italia. Venezia segnò l’inizio della fine.
Cadde nuovamente nelle mani dell’inquisizione presso la quale era “contumace” (si ricorderà che Bruno si era sottratto con la fuga al giudizio). Ora vi arrivava come “relapso” (ricaduto nell’errore).
Non avrebbe avuto né scampo né misericordia.
Finì i suoi giorni sul rogo a Roma il 17 febbraio dell’anno di Grazie 1600 in Campo de’ Fiori ove è stata recentemente riportata la sua statua.

L’occasione di queste note mi è stata fornita dalla lettura di due testi di Rino Cammilleri; il primo, dato alle stampe nel 1997, “Storia dell’Inquisizione”, dove è riportato un breve capitolo dedicato al processo a Giordano Bruno; il secondo, del 1998, è un commento al “Manuale dell’inquisitore” nel testo di Fra’ Nicolau Eymerich del 1376 con gli aggiornamenti di Francisco Peña del 1582.
Ho già avuto occasione di parlare dell’uno e dell’altro testo; ma sarà interessante tornarvi sopra.
La tesi che Rino Cammilleri cerca di dimostrare è la seguente: intorno alla “leggenda nera” (la storia dell’inquisizione) si è fatto “molto rumore” per nulla.
Come si può sostenere una tesi che sa tanto di partito preso?
Gli argomenti del Cammilleri si riducono a questo: in fondo l’Inquisizione (o per meglio dire le Inquisizioni) fecero meno vittime delle stragi perpetrate ai danni di Guarany (si pensi allo splendido film “Mission”) e degli Indios centroamericani.
In altre parole in tempi di veri e propri sistematici genocidi – si quali aggiungo quelli degli indios messicani e peruviani – quei bravi uomini degli eredi di Torquemada sarebbero apparsi degli autentici agnellini (4)!
Mi sembra una tesi, tutto sommato, difficile da sostenere.
Limitiamoci per un attimo a restare nell’ambito della sola Romana Inquisizione.
Vero è che la maggior parte dei suoi atti sono scomparsi nella furia devastatrice dei francesi calati con Napoleone Bonaparte che si appropriarono degli archivi del Santo Uffizio. Ne consegue che, su un piano ufficiale sappiamo ben poco di quello che la Inquisizione avrebbe fatto a Roma.
Ma lo stesso ragionamento non si può ripetere per le varie giurisdizioni vescovili del resto d’Italia (e dell’Europa della Controriforma).
La tesi diviene assolutamente incredibile quando andiamo a riferirla al complesso di giurisdizioni inquisitorie sia dei Paesi riformati che di quelli della Controriforma. Senza tener conto del fatto che il fenomeno dei processi inquisitori cominciarono almeno due secoli prima.
La tesi diviene assolutamente fuori della realtà quando si tenga contro non solo dei processi a sfondo strettamente “religioso” (quelli, per intenderci, ove l’accusa era di eresia).
In effetti la giurisdizione inquisitorie aveva competenza su una materia molto più vasta comprendendo anche i casi di stregoneria, magia, filtri d’amore e altre amenità del genere.
Se facciamo eccezione per un certo Giuseppe Balsamo (il sedicente conte di Cagliostro) tra gli inquisiti che appartenevano a queste categorie non figuravano nomi famosi e le condanne al rogo, spesso più o meno sommarie, possono essere considerate solo come un dato statistico, che sarebbe del tutto irrilevante se non fosse per l’aspetto quantitativo che resta comunque spropositato.

Quello che mi interessa non è però un’indagine sui fatti e sui misfatti dell’Inquisizione. Mi domando (e forse ci domandiamo): per quale motivo, indipendentemente dalle caratteristiche dl suo stile vita, ci fu un motivo dottrinariamente “serio” per il quale il filosofo nolano subì l’accusa di eresia?
È ovvio che, nei limiti di queste noterelle, mi è possibile dare un’idea solo estremamente succinta del pensiero del Bruno.
Giordano Bruno era l’erede del misticismo tedesco di Böhme; ma non solo questo. Intorno al misticismo teutonico egli costruì una miscellanea con neopitagorismo e neoplatonismo, con monismo scettico e pluralismo democriteo, con naturalismo ed immanentismo, con panteismo e misticismo agnostico.
Questa miscellanea costituiva di per sé, indipendentemente dal fatto che fosse possibile valutare il suo pensiero in chiave di modernità, un insieme dall’alto potenziale esplosivo. L’effetto, del resto, venne ingigantito in relazione al momento storico.
Abbiamo visto come alla base del suo dissenso con la Chiesa (e non solo con quella cattolica) c’era il fatto che Bruno riconosceva alle religioni positive un valore esclusivamente storico, ma negava alla rivelazione qualsiasi valore di fonte oggettiva di conoscenza.
Il diritto inquisitorio, già codificato dall’Eymerich, considerava questa posizione intellettuale una autentica eresia: Infatti già S. Tommaso d’Aquino, nella “Summa Theologiae”, aveva definito eretica la posizione di colui il quale si fosse opposto al contenuto dei Libri Canonici (cioè alla lettura ufficiale della “Sacra Scrittura”).
L’eretico si caratterizzava per una vera e propria previsione e volontà dell’azione accompagnata dalla coscienza e volontà dell’evento (5). In altre parole nell’eretico doveva esistere la possibilità intellettuale di scelta della condotta criminosa e la volontà di portare a termine il disegno criminoso.
Bruno, nella sostanza, quando contestava la validità oggettiva della rivelazione come fonte di conoscenza, praticava una sorta di materialismo storico ante litteram; e tutto ciò andava contro i più sacri fondamenti del credo cristiano, sia cattolico che di marca protestante. Ed infatti egli si trovò ben presto in disaccordo con calvinisti, con Luterani, con Hussiti e, inevitabilmente, da ultimo, ma non ultimi, con i cattolici.
Probabilmente, col senno di poi, certe conclusioni possono apparire corrette; ma è fuori dubbio che le scelte del Bruno venissero fuori nel momento storico meno opportuno. Vale a dire nell’acme della lotta tra cattolici e protestanti, tra Riforma e Controriforma. In quel momento nessuno dei contendenti poteva permettersi il lusso della tolleranza con ciò abiurando all’unico argomento sul quale tutti sembravano essere d’accordo: sul valore dei stesti Sacri. E la posizione Bruniana minava indifferentemente le fondamenta del cattolicesimo che non.

Tornando alla vicenda processuale che vide Bruno implicato ricorderò che il nolano fu interessato a tre diverse procedure. Sotto il profilo storico dei primi due casi non sappiamo assolutamente nulla.
Lo stesso Cammilleri, si occupa, infatti, del processo del 1593 (apertosi in realtà nel 1591) – del quale non è restato alcun documento. Né Cammilleri ci dice a quali fonti ha attinto per le sue conclusioni.
Sappiamo unicamente che Bruno fu deferito all’Inquisizione Veneta su denuncia di Giovanni Mocenigo, Nobile Veneziano. Il Mocenigo aveva voluto presso di sé Giordano Bruno perché voleva apprendere l’arte della mnemotecnica.
Deluso nella aspettative, il veneziano avrebbe considerato Bruno una sorta di ciarlatano, un millantatore imbroglione. Ma ad “incastrarlo” contribuirono le rivelazioni di un certo Celestino da Verona (un altro domenicano…). Non sappiamo di cosa si trattasse; tuttavia sta di fatto che esse fossero di estrema gravità da indurre Papa Clemente VII a porre la testimonianza del Celestino sotto il vincolo del Segreto.
Purtroppo Bruno si era sottratto con la fuga a due diversi processi e si trovava nella condizione giuridica di “contumace” (oggi diremmo recidivo). Bruno infatti aveva scelto di aderire ad una dottrina falsa con tenacia, attentando, come afferma il Peña, ai fondamenti stessi della Chiesa, sottraendosi volontariamente (e per due volte) al “jus poenitendi”, ponendo intralcio all’esercizio dell’Inquisizione trovandosi, per di più, nella condizione di “scomunicato di diritto”.
E fu proprio questa circostanza, credo, che lo condusse definitivamente alla rovina. Infatti nel processo dinanzi all’Inquisizione Veneta, Bruno avrebbe potuto ancora salvarsi ritrattando (e di fatto Bruno “rientrò in se stesso” abiurando “gli errori e le azioni procedenti”) se…
Vuoi che le accuse fossero particolarmente circostanziate (la testimonianza di Calestino?), vuoi che i suoi precedenti giocassero pesantemente a suo danno, l’Inquisizione Veneta preferì non pronunciare la condanna (al carcere a vita) e lo “passò” alla Inquisizione Romana.
Probabilmente Bruno, a questo punto, si rese conto che per lui era finita e (contrariamente a quanto avrebbe fatto Galilei) ritrattò la ritrattazione ponendosi automaticamente nella condizione giuridica di “Relapso”.
Per il codice di Eymerich, “relapso” era colui che fosse stato già considerato fortemente sospetto di eresia (e Giordano era qualcosa di più che sospetto) senza che si fosse potuto accertare pienamente il suo crimine; ma relapso era anche colui il quale, già colpevole di eresia, e “avendo abiurato ogni eresia, cada dopo ciò in un’eresia qualsiasi”. Le regole contenute nel codice del 1376, sembrano essere state modellate proprio su Giordano Bruno!
E questo comportava il passaggio al braccio secolare per la esecuzione capitale.

Quanto alla vicenda umana di Giordano Bruno, tenuto conto del momento storico, si può ben dire “tanto tuonò che piovve”.
Concordando stavolta col Cammilleri mi sembra perciò di poter dire che, nel caso di Bruno, la Romana Inquisizione non fu né buona né cattiva: fece unicamente – forse tardi, forse non per propria colpa – quello che le regole dell’epoca imponevano a quel collegio giudicante. Il giudizio etico è postumo, manicheo, tardivo e ininfluente.
Resta il dubbio di cosa fosse veramente Giordano Bruno: un ciarlatano (vendeva una pseudo-cultura? si pensi alla mnemotecnica), un sovversivo dell’ordine costituito (?) o un eretico (?): le fonti che conosciamo non ce lo dicono.

Note:
1. Evidentemente il secolo XV portava decisamente male ai “defensores fidei”. Un altro celebre difensore – ufficialmente nominato tale – fu, guarda caso, un certo Enrico VIII di Inghilterra che finì col diventare autore di un famoso scisma (quello Anglicano, appunto).
2. Non è, infatti un caso che il padre Dante se ne occupi nella cantica del Paradiso. Questo significa che nel XIV secolo l’Ordine dei Domenicani era ampiamente noto ed universalmente apprezzato.
3. Si tenga presente che, ad esempio, Martin Lutero, un anticristo personificato, si era salvato potendosi sotto l’Usbergo dell’imperatore Carlo V. Giordano Bruno riuscì nell’impresa di risultare inviso sia all’altare (la Chiesa Romana) che al potere imperiale.
4. Basterà leggere “Le Streghe” della De Angelis per rendersi conto, sia in termini qualitativi che quantitativi, di quanto fossero umanitari signori inquisitori.
5. In diritto penale oggi lo definiremmo “dolo”. E il Diritto Inquisitorio all’epoca costituiva il diritto penale ecclesiastico.

copyright
Stelio Calabresi stelical2003@yahoo.it

Annunci

Una Risposta to “SOVVERSIVO O ERETICO? GIORDANO BRUNO NELLE MANI DELL’INQUISIZIONE”

  1. diego said

    complimenti all’autore per l’articolo molto dettagliato e ben fatto… belli questi cenni di storia.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: