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Un recente studio di genetica dimostra l’origine Anatolica degli Etruschi

Posted by curiositybox su 16 marzo 2009

 

Dedichiamo questo Montovolo Retreat ad uno studio di genetica che ha dimostrato definitivamente che gli Etruschi provengono dal Medio oriente in accordo anche con quanto esposto finora su questo sito in base ai nostri studi iconologici di alcuni simboli trovati sulle tombe e sugli affreschi Etruschi.

In un articolo recentissimo intitolato “Mitochondrial DNA Variation of Modern Tuscans Supports the NearEastern Origin of Etruscans, American Journal of Human Genetics, febbraio, 2007, un gruppo di genetisti guidati dal Prof. Antonio Torroni dell’Università di Pavia e da altri famosi genetisti tra cui il Prof Luca Cavalli-Sforza, della Stanford University, è partito dall’analisi del Dna mitocondriale degli abitanti odierni della Toscana per confrontarlo con quello di altri popoli. I dati studiati hanno evidenziato un legame abbastanza diretto fra il patrimonio genetico degli attuali toscani e quello di alcune popolazioni mediorientali della Anatolia.

L’impiego del genoma mitocondriale garantisce, in virtù della trasmissibilità unicamente materna, una minore degenerazione della discendenza genetica degli antichi Etruschi da parte dei successivi conquistatori o immigranti. Sulla base di questa ipotesi, gli scienziati hanno analizzato il Dna mitocondriale di più di 322 persone non imparentate provenienti dalle tre località toscane come quella di Murlo, di Volterra e della Valle del Casentino e confrontate con quello di altri 15.000 soggetti di 55 popolazioni europee e dell’Asia occidentale, tra cui alcune italiane. Dai risultati si evidenzia così una stretta parentela (con picchi del 17 % a Murlo) con il Dna mitocondriale di abitanti del Medio Oriente in particolare la zona Anatolica.

E’ inoltre interessante notare che il legame genetico tra Toscani contemporanei e gli abitanti del Medio Oriente, emerso dall’analisi del DNA mitocondriale umano, ha trovato conferma in uno studio parallelo condotto sul DNA mitocondriale dei bovini. E’ infatti uscita contemporaneamente sulla rivista britannica Proceedings of the Royal Society: Biological Science uno studio condotto dal gruppo del professor Paolo Ajmone-Marsan dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, al quale ha partecipato anche il gruppo del professor Torroni e il Prof. Luigi Cavalli Sforza che evidenzia come i bovini tipici della Toscana, quelli di razza chianina e maremmana, abbiano anch’essi un’origine mediorientale. Questo conferma che il popolo etrusco giunse in Toscana anche via mare portando con se i suoi bovini.

 

Sarebbe così confermata l’antica convinzione di Erodoto, lo storico greco che riteneva gli Etruschi un popolo originario della Lidia, in Asia Minore, giunto in Italia prima del IX secolo a.C. e confermata anche  la derivazione linguistica dell‘Etrusco con quell’ area orientale scoperta dal prof Giovanni Semerano. Anche la mia ipotesi sulla origine orientale degli Etruschi trova ulteriore conferma in questo studio di genetica.

La mia ipotesi fu dedotta in base ai simboli Etruschi in parte misconosciuti dell’uovo, dei piccioni viaggiatori e della croce inscritta nel cerchio che in quelle regioni anatoliche sono nate migliaia di anni fa e che mi ha spinto in questi anni ad affermare, contro l’opinione della maggioranza degli accademici etruscologi italiani, che gli etruschi e probabilmente anche i loro precursori Villanoviani provenivano dalla zona anatolica mesopotamica -Forse viene definitivamente chiuso il capitolo che riguarda l’origine degli Etruschi che per oltre 2500 anni ha sempre diviso gli “addetti” ai lavori.

 

 

 

Marzo 2007

 Prof. Graziano Baccolini,

Università di Bologna, Dipartimento di Chimica Organica

E-mail: baccolin@ms.fci.unibo.it

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Una Risposta to “Un recente studio di genetica dimostra l’origine Anatolica degli Etruschi”

  1. ETRUSCHI DNA TARQUINIA ORIGINI di A. Palmucci

    E’ stato recentemente appurato che il DNA di alcune popolazioni germaniche ha qualche somiglianza con quello degli Etruschi . Ma quel che ha suscitato scalpore è che si è anche trovato che il DNA degli abitanti del vicino Oriente (Turchia, Siria, Giordania) assomiglia a quello degli Etruschi e dei Toscani. Anche il DNA di coloro che abitano nelle isole del mar Egeo (Lemno e Rodi) è simile a quello degli odierni “Etruschi “; esso è però diverso da quello di Turchi, Siriani e Giordani . In uno studio parallelo è stato poi riscontrato che anche i bovini di Turchia, Siria e Giordania hanno somiglianza genetica con quelli toscani di razza Chianina e Maremmana . Ringrazio il prof. Guido Barbujani e il prof. Antonio Torroni, conduttori delle equipe ricercatrici, per avermi inviato gli originali testi inglesi delle loro pubblicazioni, ed avermi liberato dalle confuse informazioni che avevo avuto dai media.
    Per render tutto questo produttivo in campo storico occorre riesaminare il materiale archeologico e linguistico, nonché le antiche fonti letterarie che trattano delle origini degli Etruschi.
    Si raccontava che Maleoto, in epoca anteriore alla guerra di Troia, condusse dal porto di Regisvilla (fra Tarquinia e Vulci) ad Atene una migrazione di Pelasgi . Era questo il nome, spiegava Mirsilo di Lesbo, che i Greci avevano dato ai Tirreni perché “questi migravano a stormo, come cicogne (Pelargoi), dall’Italia in Grecia e in molte regioni dei barbari” . Si diceva che Maleoto fosse “Imperatore dei Tirreni”, avesse inventato la tromba (come il lidio Tirreno!), fosse diventato re degli Argivi e tiranno di Atene, ed avesse scorrazzato per le isole Egee . Si dovette anche dire che egli avesse approdato e dimorato in Lidia, perché una fonte lo presenta come figlio di Ercole e di Onfale (come il lidio Tirreno!) . Si diceva che tutta la costa Ionica dell’Asia minore, a cominciare dal promontorio di Micale, era stata abitata dai Pelasgi, e che pelasgiche erano state pure tutte le vicine isole .
    I Pelasgi, racconta Erodoto, introdussero ad Atene e da qui a Samotracia, a Lemno e nelle altre isole Egee il culto dei Grandi Dèi. Diodoro Siculo aggiunge poi che Dardano, da Samotracia, introdusse il culto in Asia minore dove i suoi discendenti fonderanno Troia .
    E’ da questo panorama mitostorico che Virgilio dovette recepire la tradizione secondo cui Dardano dalla tirrena città di Corito o Corinto (Tarquinia) emigrò a Samotracia, e poi in Asia, dove introdusse il culto dei Grandi Dèi e diede origine a Troia .
    Già Erodoto notò che ai suoi tempi le residue genti pelasgiche della Grecia e dell’Anatolia parlavano ancora un’incomprensibile lingua barbara . In tempi moderni, poi, nell’isola di Lemno, e stata trovata una stele scritta in una lingua simile all’etrusca, e in un alfabeto simile a quello dell’Etruria meridionale donde la tradizione faceva venire gli abitanti dell’Isola. Da poco, infine, s’è scoperto che il DNA degli abitanti di Lemno somiglia a quello degli Etruschi ancor più di quanto somigli a quello dei popoli Anatolici. E’ dunque possibile che Virgilio avesse attinto a fonti che riproducevano in forma mitica una qualche verità storica.
    Le migrazioni, secondo Dionigi d’Alicarnasso, sarebbero iniziate due generazioni prima della guerra di Troia, cioè attorno al 1250 a.C.
    In quello stesso periodo, come si legge nei geroglifici del tempio di Karnac, in Egitto, il faraone Merneptah, durante il quinto anno del suo regno (1232 a.C.), sconfisse una coalizione di Libici e Popoli del Mare, fra cui i TWRWSH (varianti Twrjsh.w, Twjrshh.w). Questi ultimi, si specificava, erano venuti, via mare, dal nord, ed avevano tentato di invadere l’Egitto dai confini occidentali.
    L’Egitto non era l’unica mira dei Popoli del Mare. Essi invasero l’Anatolia, e provocarono la fine dell’impero ittita.
    Gli Ittiti erano un popolo indoeuropeo dell’ Anatolia. Le loro supreme divinità maschili furono Tarhunt, dio della tempesta, rappresentato come un toro, e suo figlio Telepino, dio della fertilità. Molti re ne portarono i nomi. Attorno al 1290, la capitale dell’impero divenne Tarhunt-assa, la città del dio Tarhunt ; ed ebbe sovrani che si chiamavano variamente Tarhunta e Kurunta. Arzawua (la futura Lidia) era un regno vassallo, e comprendeva a sua volta i regni di Seha (la futura Misia) e della attigua Wilusa (Ilio-Troia). Fra i re di Shea (Misia) ricordiamo Manapa-Tarhunta perché in una occasione difese la vicina Wilusa (Troia).
    Tra il 1193 e il 1187 a.C. , durante il regno di Ramses III, alcuni dei vecchi popoli del mare ed altri nuovi tentarono nuovamente d’invadere l’Egitto, ma furono fermati. Nei geroglifici del tempio di Medinet Habu si spiega che alcuni contingenti “giunsero per mare e per terra”, mentre altri vennero “dalle isole centrali del mare”. Fra questi ultimi sono elencati i Twrwsh. Questi, si dice, con ulteriore specificazione, “venivano dal mezzo del mare” . Questi popoli, dunque, Twrwsh compresi, respinti dagli Egizi, retrocessero nelle loro isole del mar Egeo, e in Anatolia nelle terre del già invaso regno ittita.
    E’ in questo momento (1183 a. C.) che gli Achei, approfittando della caduta dell’impero ittita, distruggono Wilusa (Troia), forse già invasa dai Twrwsh (Tirreni?) come voleva Virgilio.
    Alcuni hanno accostato il nome dei Twrwsh a quello dei Tyrse-noi che è il nome col quale i Greci chiamavano sia gli Etruschi che alcuni popoli del Mediterraneo orientale. Poteva trattarsi di popoli d’una stessa stirpe.
    Gli storici antichi parlavano pure, come abbiamo visto, di migrazioni di genti tirrene dall’Italia in varie isole Egee fra cui Lemno e Samotracia. Ora, anche se non può esser dato per scontato che i TWRWSH venissero dall’Italia, quel che rende produttivo il loro accostamento coi Tyrsenoi dell’Egeo è però il fatto che, dopo i tempi oscuri che seguirono la fine dell’impero ittita, sulle coste occidentali dell’Anatolia già occupata dai TWRWSH nacquero regni che nella famiglia dei loro primi re vantavano personaggi che si chiamavano Tyrsenos o Tyrrhenos (cfr. TWRWSH). Oggi, poi, s’è scoperto che il DNA degli attuali “Tirreni” d’Italia somiglia da un lato a quello degli odierni abitanti dell’Anatolia, e dall’altro, separatamente, a quello degli attuali “Tirreni” delle isole Egee di Lemno e Rodi.
    A ottanta miglia marine da Lemno, sul luogo dell’antico regno anatolico di Shea, troveremo la Misia governata da Telefo. Si diceva che egli fosse nato nella terra del re Corito (come Dardano), in Arcadia, e ne fosse figlio adottivo. Era poi emigrato nella Misia, ed aveva sposato Astioche sorella di Priamo re di Troia. Ebbe tre figli:
    · Euripilo, che durante l’assedio dei Greci a Troia, condusse un esercito di Ittiti Cetei (Ittiti) in soccorso della città (cfr. Tarhunta che soccorre Wilusa-Troia).
    · Tarconte (cfr. Tarhunta) e Tirseno (cfr. Twrwsh), che dopo la guerra di Troia, vennero in Etruria, dove si unirono ai profughi troiani portati da Enea. Tarconte fondò Tarquinia, e Tirreno fondò Cere. Nei graffiti di una specchio etrusco di III sec. a. C. si vede Tarconte a colloquio con Priamo re di Troia.
    Secondo una variante, Telefo stesso portò i Cetei (Ittiti) in Italia dove fondò Tarquinia e Capua.
    Verosimilmente, Tarconte (cfr. Tarhunta) rappresenta l’elemento anatolico, e Tirreno quello già immigrato in Anatolia.
    Parallelamente, sul luogo di Arzawua troveremo la Lidia e la città di Tyrsa (cfr TWRWSH). Secondo Xanto di Lidia (iniz. V sec. a.C.), il re Ati, agli inizi della nazione, divise il regno tra i figli Lido e Torebo. Questi diedero il loro nome ai popoli che governavano; e “da Lido discesero i Lidi, e da Torebo i Torebi”. Erodoto disse invece che Ati, in seguito a una carestia, divise il popolo fra sé e suo figlio Tirreno (cfr. TWRWSH), e lo fece emigrare. Costui, giunto in Italia, chiamò Tirreno il suo popolo. Evidentemnte, Ati e Lido rappresentano l’elemento anatolico della nazione, e Torebo quello tirreno integrato; Tirreno, infine, rappresenta l’elemento tirreno non integrato e quindi indotto a emigrare . Si ricordi la figura del tirreno Maleoto che da una parte è quella di colui che inventa la tromba tirrena (come Tirreno!) e conduce i Tirreni dall’Italia nel bacino orientale del Mediterraneo, e dall’altra è un lidio figlio di Ercole e di Onfale (come Tirreno!) che introduce la tromba tirrena fra i Dori della Grecia.
    Residue popolazioni tirreniche vivevano in Anatolia ancora nel II sec. d.C. come dimostrano le epigrafi trovate presso il lago di Ascanio .
    Abbiamo già visto che gli storici greci conoscevano genti tirrene d’origine italica che avevano abitato varie isole dell’Egeo fra cui Lemno e Samotracia. Costoro, si diceva, erano partiti dal porto di Regisvilla (fra Tarquinia e Vulci) un paio di generazioni prima della guerra di Troia. Anche Virgilio, nell’Eneide, sostenne che i Tirreni, dalla città etrusca di Corito o Corinto, oggi Tarquinia, s’erano recati nell’isola di Samotracia, nel Mar Egeo, e da qui sulle coste dell’Asia dove avrebbero fondato Troia. Sempre Virgilio dirà che sarà poi questo il motivo per cui Enea, nipote di Dardano tirreno, dopo la rovina di Troia, ricondurrà i Troiani a Corito (Tarquinia), centro federale dove Tarconte gli cederà il comando della Lega Etrusca.
    Chi era Tarconte?
    Secondo Licofrone (IV-III sec. a.C.) Tarconte e Tirreno erano figli di Telefo (figlio di Ercole o di Corito) re della Misia. Si ricordi che a Seha (Misia) aveva regnato Tarhunta che aveva portato soccorso a Wilusa (Ilio-Troia). Tarconte (cfr. Tarhunta) rappresenta duinque l’elemento anatolico, e Tirreno quello tirreno già emigrato in Anatolia.
    Strabone fuse la tradizione di Licofrone con quella di Erodoto, e disse che Tirreno era nipote di Ercole (come il misio Tirreno) e di Onfale lidia (come il tirreno Maleoto), e veniva dalla Lidia. Questa, già dai tempi di Erodoto, comprendeva la Troade, la Misia (antica Seha), e forse pure Tarhunt-assa, la città del dio e del re Tarhunt-a, capitale dell’impero ittita.
    Tirreno incarica Tarconte (vd. Tarhunta) di fondare tutte le città dell’Etruria. Questi fonda Tarquinia (etr. Tarchu-na) e le dà il proprio nome (cfr. Tarhunt-assa = la città di Tarhunta) e in subordine tutte le altre città dell’Etruria e della Padania. Anche in questa migrazione, dunque, Tarconte rappresenta l’elemento anatolico, e Tirreno quello tirreno già emigrato in Anatolia. Si rammenti il nome del tirreno Maleoto che da una parte è quello di colui che inventa la tromba tirrena (come Tirreno) e conduce i Tirreni dall’Italia nel bacino orientale del Mediterraneo, e dall’altra quello di un lidio figlio di Ercole e di Onfale (come Tirreno) che introduce la tromba tirrena fra i Dori della Grecia.
    Sembra proprio che il tema del ritorno a Corito Tarquinia dei Tirreni, cantato da Virgilio, espliciti il comune denominatore di tutte le tradizioni. Gli stessi Etruschi ritenevano che i Troiani fossero venuti nella loro terra. Lo dimostrano le numerose figure prodotte su oggetti vari e soprattutto su due anelli dove si vede Enea che trasporta in Etruria il padre Anchise coi Penati di Troia, e la madre Turan (Afrodite): qui il nome della madre è etrusco a significare l’origine etrusca dell’eroe.
    Ma gli Etruschi ritennero pure d’aver avuto un apporto di gente dalla Lidia. Quando Tarconte vide nascere il divino Tagete (etr. Tarchies) dalle zolle della terra di Tarquinia, chiamò sul luogo tutti i capi delle città federate. Tagete allora dettò le norme della divinazione, e Tarconte le trascrisse in un poema che i Romani chiamarono Libri Tagetici . In questi Libri, Tarconte disse d’essere un aruspice già istruito dal lidio Tirreno; e nella parte che riguardava gli auspici sui terremoti accennò a mali che potevano accadere nella “nostra Lidia” . Si ricordi però che la Lidia includeva la Misia e la Troade.
    A Gravisca, porto di Tarquinia, è stata rinvenuta un coppa di VI secolo appartenente a un lidio chiamato Pactyes. Si tratta dell’unico documento archeologico, finora rinvenuto, della presenza di Lidi in Etruria, e potrebbe non essere un caso che sia stato rinvenuto proprio a Tarquinia. Pactyes era il ricco tesoriere di Creso re della Lidia, del quale parla Erodoto (I, 153-61). Grass sostiene che costui andò in esilio a Gravisca e vi morì. Chiunque egli fosse, la sua presenza a Tarquinia dovrebbe essere significativa di un più ampio e antico scambio di relazioni. D’altronde, durante il VI sec., il porto di Tarquinia fu meta esclusiva in Etruria di un grandissimo numero di mercanti provenienti dalle coste Anatoliche, specialmente da Focea, e dalle prospicienti isole Egee. In quel periodo fu forse importato il Bos taurus, i cui resti ossei sono frequenti a Gravisca.
    Sembra, poi, che tra i frammenti degli Scholia Veronensia all’Eneide (X,194) si possa rinvenire un cenno ai apporti fra Gravisca e una regione dell’Asia.
    Per le relazioni della Lidia con l’Etruria potrebbe aver qualche significato anche la presenza in alcune epigrafi lidie di una lettera a forma di 8 con suono di F, che trova corrispondenza nell’alfabeto etrusco a partire dal VI sec. Pare inoltre che all’evoluzione grafica di quel segno in Lidia corrisponda la stessa evoluzione in Etruria. Indizio possibile questo d’una continuità di contatti.
    A Gravisca, infine, durante il VI sec., si veneravano le stesse divinità dei riti Misterici di Lemno e Samotracia: Vea-Demetra, Core, i Dioscuri e Apollo.
    Se ci furono migrazioni dall’Oriente, la loro più importante meta dovette esser Tarquinia. Una ragione in più sta nel fatto che è da questa città che poi iniziò la conquista della regione. Sul piano mitostorico, Tarconte, venuto dall’Oriente, fonda Tarquinia e, in subordine, tutte le città dell’Etruria e della valle Padana. Sul piano archeologico, il primato dell’area che apparterrà alla lucumonia di Tarquinia si era già manifestato dal XIV secolo coi contatti col mondo miceneo documentati a monte Rovello, San Giovenale, Blera, e in una tomba della stessa Tarquinia. Per l’età compresa fra Bronzo finale e primo Ferro, l’insediamento del Calvario di Corneto (Tarquinia), è il più vasto che si conosca. Il materiale, poi, ritrovato nelle necropoli dei poggi di Tarquinia, e soprattutto quello delle necropoli di Corneto (Arcatelle, Le Rose, Villa Falgari) è più antico di quello che dello stesso tipo si ritrova nella restante Etruria e nella Padania.
    IL PROBLEMA DELLA LINGUA

    Pare che nell’Etrusco coesista una struttura grammaticale affine all’indoeuropea con un fondo di vocabolario in molti casi estraneo all’indoeuropeo, e privo di riscontri.
    In questi casi, ove si presuma la venuta di stranieri, i linguisti ritengono che la struttura grammaticale derivi dalla lingua degli immigranti, mentre il lessico sia quello della popolazione locale. Hencken ritiene che, nel caso dell’Etruria, agli inumatori dell’età del Bronzo si siano sovrapposti gli incineratori indoeuroperi dell’età del Ferro venuti da nord via mare e approdati a Tarquinia . C’è chi dice invece che gli immigrati erano venuti dal vicino Oriente. Se, come le analisi dell’equipe di Barbujani hanno dimostrato, il DNA degli scheletri Etruschi ha qualche affinità anche con quello di alcune odierne popolazioni germaniche, entrambe le provenienze dovrebbero aver concorso alla formazione del popolo etrusco.
    Per quanto riguarda la componente orientale, il noto glottologo bulgaro Vladimir Georgiev ha analizzato il nome Etruria. Secondo lui, questo discende da una forma ittita del nome di Troia (*Trusia > lat. E-truria); la lingua etrusca deriva da un dialetto ittito parlato a Troia e nell’isola di Lemno; il nome Tarquinia e Tarconte discende da quello “della suprema divinità ittito-luvia, Tarhunt” .
    Dalla premesse linguistiche il Georgiev ha conseguito che, dopo la rovina di Troia, gran parte degli abitanti emigrarono in più luoghi, sì che lo stato troiano si ridusse ad un piccolo territorio costituito dalla Troade meridionale, dalla Misia occidentale, dalla Lidia settentrionale e dalle vicine isole di Lemno ed Imbro. Il ricordo della migrazione fu così conservato come una leggenda lidia nel racconto di Erodoto. Al tempo di questo storico (V sec. a.C.), infatti, la Lidia comprendeva la Troade e la Misia; e tutte e tre parlavano lingue simili fra loro.
    La colonizzazione dell’Etruria, dice il Georgiev, non riguardò tutto il popolo troiano. Una parte di esso andò a stabilirsi presso gli Elimi della Sicilia, e solo più tardi emigrò in più tempi e a gruppi isolati “in alcune zone delle coste dell’Etruria a Tarquinia, Cere, ecc.”. A poco a poco i Troiani si integrarono nella popolazione locale influenzandola e restandone influenzati .
    Dopo il Georgiev, altri studiosi, come Francisco Adrados e Onofrio Carruba , hanno riscontrato nell’Etrusco notevoli componenti delle lingue indoeuropee dell’Anatolia, quali l’Ittito, il Frigio, il Licio ed in minor misura il Lidio.

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