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OGGI LI CHIAMEREMMO HACKER

Posted by curiositybox su 2 ottobre 2009

L’INCREDIBILE AVVENTURA DEI FRATELLI CORDIGLIA: ASCOLTAVANO I COSMONAUTI RUSSI NEL CENTRO DI TORINO E CAPTARONO L’AGONIA DEGLI SCONOSCIUTI PRECURSORI DI YURI GAGARIN: “ALMENO 14 SI SONO PERSI NELLO SPAZIO. MA MOSCA NON LO AMMETTEVA”…

 

Yuri Gagarin

Yuri Gagarin

 

Giovanni Battista e Achille Judica Cordiglia dal loro punto di ascolto, prima nel centro di Torino, in via Accademia Albertina, poi in un bunker tedesco affittato per due lire in collina, infine nell’ala di una casa di cura del Canavese, acchiapparono i segreti, divulgarono i successi e le tragedie, registrarono i suoni e le voci di missioni spaziali russe e americane in cui avevano messo il naso non perchè fossero spioni di mestiere ma perchè erano entrati in un gioco più grande di loro, e lo giocavano benissimo.

IL BIP BIP
«Da bambini – raccontano i fratelli Judica – avevamo la passione per la radio, il più bel giocattolo del mondo, e la curiosità di andare sempre oltre nell’ascolto ci spinse ad allestire in casa una piccola stazione, fatta di materiale recuperato dai depositi di guerra e di antenne che progettavamo noi. La nostra Bibbia era una rivista che si chiamava “l’Arrangiatore”. Quello fu l’inizio del gioco. Poi nel ‘57 i russi mandarono in orbita il primo Sputnik e ne captammo il bip bip. Per noi cominciò la caccia ai segnali dallo spazio, una fantastica malattia».

«LE VITTIME SONO 14»…
Il libro e il documentario riapriranno le polemiche sulle morti mai ammesse. Secondo i due fratelli in quel periodo almeno 14 cosmonauti sovietici si sono persi nello spazio per una manovra sbagliata, o sono morti al rientro nell’atmosfera. «Gli americani – spiegano – comunicavano tutto e si esponevano alle brutte figure, a Mosca invece mantenevano il silenzio sulle operazioni finchè non avevano avuto successo. Ma le nostre antenne ricostruivano quanto stava accadendo.

Torino era un luogo privilegiato, il primo punto dove le astronavi sovietiche riprendevano contatto con le basi in Russia, dopo il black out imposto dal sorvolo degli Usa e dell’oceano. Così riversavano tutti i dati. Cogliemmo la voce di Gagarin e annunciammo la presenza del primo uomo nello spazio qualche minuto prima che lo ufficializzasse la Tass. Prima di lui, però, ci sono stati tentativi di cui non si è saputo niente. Nel novembre ‘60, sei mesi prima di Gagarin, sentimmo l’Sos nitido di un veicolo che si allontanava dalla Terra, senza possibilità di tornarci. Nel maggio ‘61 registrammo la morte in diretta di un equipaggio: due uomini e una donna».

Il messaggio della donna è un pugno nello stomaco. I due colleghi probabilmente sono già morti, la cosmonauta cerca aiuto alla base: la manovra di rientro è fuori controllo. La voce ripete ossessivamente dei numeri e «ho caldo, ho caldo, ho caldo». «Questo il mondo non lo saprà», è la sua frase che dà il nome al libro.

NIENTE POLITICA…
«Un’altra volta – aggiungono i fratelli Judica – captammo il battito cardiaco e il respiro affannoso di un essere cui evidentemente mancava l’aria. Facemmo ascoltare il nastro al professor Dogliotti. Lo analizzò e non ebbe dubbi. I sovietici però non ammettevano le tragedie, ci accusavano di inventarci persino i nomi degli astronauti, dimenticando che li prendevamo dalle loro riviste e che con noi, all’ascolto, c’erano sempre giornalisti e tv di tutto il mondo. Emilio Fede, alla Rai, ci conosceva bene. Non ci spingeva l’ideologia, non eravamo anticomunisti, nè al soldo degli americani. Solo c’indispettiva che si negasse la realtà. E gli astronauti erano volontari consapevoli del rischio di morire».

Nel villino a Ciriè i vecchi strumenti parlano di un’epoca lontana, centinaia di nastri conservano le voci e i ricordi. Oggi i fratelli hanno smesso di ascoltare il cielo.
«La fine la decretammo nel ‘75 con la missione congiunta tra l’Apollo e la Soyuz, russi e americani che si danno la mano in orbita». Di Torre Bert resta l’antenna gigantesca, in giardino.

fonte: “La Stampa”

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