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I dazi per combattere la disoccupazione

Posted by curiositybox su 7 luglio 2012

 

Giovanni Sartori sul Corriere di ieri ha fatto un ragionamento semplicissimo. Se in un Paese il lavoro costa dieci e in un altro costa cento, la differenza può mantenersi se uno dei due Paesi è capace di fabbricare cose che l’altro non sa fabbricare. Se invece la Romania è capace di fabbricare automobili quanto l’Italia, ad andar bene finirà che l’Italia andrà a costruirle in Romania. Ecco perché, dice Sartori, dal momento che parecchi altri Paesi hanno ormai le stesse capacità tecnologiche nostre, il lavoro va da loro e i nostri giovani rimangono disoccupati. La soluzione? Una barriera doganale intorno all’euro zona. 

Seguiamo il ragionamento del costituzionalista e immaginiamo una fabbrica che vende tostapane a venti euro. Improvvisamente arrivano dalla Cina tostapane a dieci euro e la fabbrica deve chiudere. Se però si mette un’imposta doganale di dieci euro alla frontiera, anche il tostapane cinese costerà venti euro e la fabbrica italiana potrà sopravvivere. L’argomentazione va apprezzata per la sua chiarezza e semplicità ma questo non prova che sia corretta.
Chi ci perde è innanzi tutto il consumatore che paga di più un prodotto che potrebbe pagare di meno. In secondo luogo può darsi che il prodotto cinese costi di meno non solo perché il lavoro è meno remunerato, ma anche perché i metodi di lavorazione sono più economici. Metodi che il fabbricante italiano, protetto dai dazi, non si sentirebbe costretto ad adottare. È la storia della Fiat: fabbrica di successo finché è stata protetta, è andata in crisi quando ha dovuto affrontare la concorrenza straniera ad armi pari.
Se si vuole andare contro i mercati fatalmente si perde. I minatori inglesi pretendevano di operare a condizioni antieconomiche (con lo Stato che ripianava i deficit) e si scontrarono con la Signora Thatcher. Ed è solo perché Lady Margaret seppe resistere che l’Inghilterra si salvò.
Nel meccanismo del mercato, al consumatore che acquista un bene ad un prezzo basso rimane denaro per acquistare qualcos’altro. Se invece gli si impone un prezzo artificialmente più alto, l’economia ne è frenata.
Qualcuno noterà che la tassa doganale è un introito per lo Stato e dunque teoricamente quel denaro rientra nel circolo: ma dal momento che lo Stato opera in modo inefficiente, la massima utilità nazionale si ha lasciando i dieci euro in tasca al cittadino.
Il problema della disoccupazione si può affrontare in modo opposto: non “vendere prodotti a prezzo elevato in modo da pagare lavoratori costosi”, ma “avere lavoratori poco costosi per vendere prodotti a basso prezzo”. Cioè rendendo concorrenziale il modello produttivo. Nel Rinascimento Firenze non seppe adottare questa politica e perdette la guerra economica con le Fiandre.
All’indignazione virtuosa suscitata dalle parole “lavoratori poco costosi” si possono opporre parecchi argomenti.
Innanzi tutto, se è vero che non siamo razzisti, non si vede perché il lavoratore italiano (anche pubblico) debba essere pagato cinque o sei volte l’operaio di un altro Paese. Ma soprattutto, prima di decurtare la paga del lavoratore italiano, per renderlo meno costoso si può operare drasticamente sul cuneo fiscale: oggi per ogni cento che dà all’operaio, l’imprenditore paga cinquanta allo Stato. Bisogna diminuire questo “cuneo fiscale”, a costo di offrire qualche vantaggio in meno.
Per cominciare, niente sostituto d’imposta. Il dipendente (anche statale) deve perdere l’esiziale abitudine di citare come salario solo il netto che riceve. Tutti devono “vedere” quanto costano al datore di lavoro e quanto pagano di tasse, prima di chiedere altri servizi. Lo Stato deve obbligare il prestatore d’opera ad assicurarsi con chi vuole contro invalidità e vecchiaia, e non obbligatoriamente con carrozzoni statali. I privati operano in regime di concorrenza. Anche qui, pagando con i soldi suoi e non con denaro trattenuto alla fonte, il lavoratore vedrà quanto gli costano quei servizi.
Infine e soprattutto lo Stato deve liberalizzare il mercato del lavoro, non con provvedimenti fumosi e cosmetici come quelli di cui ha parlato la signora Fornero ma semplicemente rendendo del tutto libero il lavoro, sia in entrata che in uscita. Ci penserà poi il mercato a ricompensare i dipendenti meritevoli e a punire gli imprenditori esosi. Finché lo Stato e i moralisti rimarranno convinti di saper fare di più e meglio del mercato, il risultato sarà quello che abbiamo sotto gli occhi.
Non è con i dazi e con i vincoli che si risolvono i problemi economici ma senza dazi e con meno vincoli. Chi crede di mettere il guinzaglio all’economia riesce solo ad impoverire la nazione.
Combattere contro l’economia libera è come combattere contro la legge di gravità: una forza che non conosce stanchezza e alla fine vince sempre.

autore: giannipardo@libero.it

fonte: http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=34889

2 Risposte to “I dazi per combattere la disoccupazione”

  1. NON SEMPRE IL CERVELLO,COMPRENDE CIO’ CHE L’OCCHIO E L’ORECCHIO GLI TRASMETTE, TUTTAVIA BISOGNA VALUTARE LE COSE E LE AZIONI ASSURDI COMMESSI ” IN POLITICA”…..L’UNICO CONSIGLIO CHE SI PUO’ ACCETTARE IN QUESTO CONTESTO ECONOMICO <>.QUALSIASI LUMINARE CHE ESPRIME CONSIGLI OGGI,E’ BEN ACCETTATO,CONSIDERATO I SUICIDI PER TROPPE TASSE O PER ALRTI MOTIVI,DETTO CIO’ DEDICO UN PENSIERO:: SOLO I NOSTRI PENSIERI DI LIBERTA’ E DIGNITA,’SONO INTERAMENTE IN NOSTRO POTERE, MA NELLA REALTA’ POLITICA NON CI APPARTENGONO, PRECHE’ ALTRI DECIDONO PER LA NOSTRA ECONOMIA, SOPRATUTTO DELLA NOSTRA VITA QUOTIDIANA…

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