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misterioso libro di Oera Linda

Posted by curiositybox su 25 luglio 2015

Nel 1876 compare a Londra un libro sconvolgente dal titolo Libro di Oera Linda”, sottotitolato “Da un manoscritto del XIII secolo”. L’editore, Trubner & Co., è uno dei più seri presenti sul mercato e non c’è alcun motivo di pensare a una falsificazione.

Nel 1876 compare a Londra un libro sconvolgente dal titolo Libro di Oera Linda”, sottotitolato “Da un manoscritto del XIII secolo”. L’editore, Trubner & Co., è uno dei più seri presenti sul mercato e non c’è alcun motivo di pensare a una falsificazione. Il fatto poi che accanto al testo in inglese venga riportato a fronte quello originale in frisone (la lingua della Frisia, la parte più settentrionale dell’Olanda) è una garanzia aggiuntiva di serietà, offrendo l’opportunità agli studiosi di verificarne l’autenticità. La cosa è lo stesso scottante, perché se ciò che sta scritto nelle pagine del libro è vero, la storia del mondo antico va completamente riveduta e corretta.
Si racconta che nel III millennio a.C., nel tempo in cui vennero innalzate le grandi piramidi e Stonehenge, nel nord dell’Europa esisteva una grande isola continente, abitata da una razza altamente civilizzata. Nel 2193 a.C. l’isola era scomparsa, svanita come l’altrettanto leggendaria Atlantide, completamente disintegrata da immense catastrofi. Molti superstiti erano riusciti a trasferire la loro civiltà altrove. Egitto e Creta compresi. E infatti nel “Libro di Oera Linda” leggiamo che Minosse, il favoloso re di Creta, costruttore del labirinto, era un frisone e che era stata questa sua civiltà a originare in seguito quella ancora più splendente di Atene. Tutto questo era sembrato così straordinario e sconvolgente che in prima battuta gli studiosi tedeschi e olandesi sorrisero fra loro, pensando a una colossale presa in giro. Anche se il trucco era stato inscenato bene e probabilmente si trattava non di un falso moderno, ma antico, vecchio di un secolo o due, cosa che l’avrebbe al massimo spostato nel tempo attorno al 1730. Un momento storico in cui riesce per davvero difficile immaginare che a qualcuno venisse in mente di mettere in atto una burla simile. Se ci riferissimo a un centinaio di anni dopo, nel pieno dell’età romantica, la cosa sarebbe forse ancora ipotizzabile, vista l’ansia di creatività e il desiderio di dare libero sfogo all’immaginazione propri del tempo. Ma è pressoché impossibile pensare che nell’algida e rigida epoca di Federico il Grande e del principe di Orange-Nassau (del tutto refrattario dal punto di vista letterario) ci fosse stato qualcuno tanto fantasioso da inventarsi un lavoro simile. Certo, è vero che un celebre falso ascritto alla fonte della poesia gaelica – i versi di Ossian, scritti in realtà da James MacPherson – nel 1760 aveva conquistato l’Inghilterra e l’intera Europa; ma se anche il Libro di Oera Linda era il frutto di un’operazione alla MacPherson, come mai era stato dimenticato in un cassettone ed era saltalo fuori solamente nel 1848? Stando a ciò che si leggeva nell’Introduzione scritta nel 1871, il libro era stato conservato presso la famiglia Linden (o Linda) da «tempo immemorabile» ed era scritto in una lingua simile al greco. L’incipit era costituito da una lettera di un tal "Liko oera Linda", datata 803 d.C., in cui l’uomo diceva che avrebbe conservato il libro «col corpo e con l’anima», poiché in esso era contenuta la storia della sua gente. Nel 1848 il manoscritto era stato ereditato da un certo C.Over de Linden – versione moderna del casato Oera Linda – quando un esimio linguista, il professor Verwijs, aveva chiesto il permesso di esaminarlo. Sin da subito egli aveva riconosciuto nel misterioso linguaggio del libro l’antichissimo frisone, una forma arcaica di olandese. La versione esaminata dal professore era una copia dell’originale datata 1256, riportata su pagine ottenute con fibra di cotone e scritta con inchiostro nero che non conteneva ossido di ferro (perché se no sarebbe diventato bruno). Stando alla introduzione (a firma del dottor J.O. Ottema) nel Libro di Oera Linda veniva raccontata la storia di una grande isola continente, chiamata Atland, posta all’incirca sulla stessa latitudine delle isole britanniche, in quello specchio di mare che noi oggi chiamiamo Mare del Nord (per farla breve, a nord delle coste olandesi). Ottema sembra immaginare trattarsi dell’Atlantide di Platone, che molti ricercatori hanno collocato da qualche parte nell’oceano Atlantico. E poiché Platone afferma soltanto che Atlantide si trovava al di là delle Colonne d’Ercole (l’attuale stretto di Gibilterra), Ottema potrebbe aver ragione. Stando al manoscritto, Atland godeva di un ottimo clima e di abbondanza di cibo e fintanto che i suoi governanti si erano mantenuti saggi e religiosi, l’isola era rimasta serenamente in pace. Il suo leggendario fondatore era stata una donna semidivina, Frya, una versione della nordica Freya, la dea lunare, il cui nome significa "signora". (In modo analogo la parola frey significa "signore"). Gli abitanti di Atland veneravano un solo dio, che si celava sotto il per noi impronunciabile nome di Wr-alda. Frya era la prima di tre sorelle. Le altre si chiamavano Lyda e Finda. Lyda aveva la pelle scura ed aveva dato origine alle popolazioni negroidi; Finda aveva la pelle giallastra, e aveva dato origine alle popolazioni orientali; Frya aveva la pelle chiara. Fino a qui siamo nella leggenda, ma il libro prosegue raccontando quella che sostiene essere una storia realmente accaduta. Nel 2193 a.C. una catastrofe immane e sconosciuta aveva colpito Atland, che era stata inghiottita dalle acque dell’oceano. La logica suggerisce che allo stesso modo avrebbero dovuto scomparire anche le isole britanniche, dal momento che erano vicinissime al misterioso continente; ma se Atland era un territorio sotto il livello del mare come gran parte dell’attuale Olanda, si comprende facilmente il perché della spaventevole, catastrofica alluvione. (Il cosiddetto Banco di Dogger dove la leggenda colloca Atland corrisponde alla parte più bassa del Mare del Nord). Secondo Platone, Atlantide era andata incontro alla sua terribile fine circa novemila anni prima. Una moderna autorità del campo, il professor A.G. Galanopoulos, ha dichiarato che le indicazioni offerte dal filosofo greco a proposito di Atlantide (quelle notizie che gli erano state tramandate dai sacerdoti egizi) sono tutte amplificate di dieci volte; per esempio, quando Platone scrive che il grande canale che stava attorno alla città reale era lungo più di diecimila stadi (oltre 1600 km) ci pone di fronte a dimensioni gigantesche, al punto che la superficie coperta dalla capitale avrebbe dovuto risultare di alcune centinaia di volte più grande di quella occupata dalle già estese Londra o Los Angeles. In base a questo ragionamento, se dividiamo 9000 per dieci otteniamo 900. I sacerdoti egizi raccontano di Atlantide al legislatore greco Solone nel 600 a.C., da questa data, aggiungendo altri 900 anni, si arriva al 1500 a.C. Questo è grosso modo lo stesso momento dell’esplosione del vulcano di Santorini (a nord di Creta), la catastrofe che sconvolse una buona metà dell’area mediterranea. Galanopoulos sostiene che Santorini era infatti Atlantide. L’unica obiezione forte consiste nel ricordare che Platone colloca il mitico continente al di là delle Colonne d’Ercole, nel qual caso Atland sarebbe un’altra isola continente. Un altro motivo per cui il Libro di Oera Linda è sempre stato snobbato è dovuto al fatto che la narrazione suona poco familiare e i nomi strani. Sotto questo punto di vista lo potremmo assimilare al Libro di Mormori o a quella straordinaria opera che si intitola Oashpe dettata sotto divina ispirazione dal medium americano J.B. Newbrought praticamente nello stesso periodo in cui il Libro di Oera Linda era dato alle stampe in Inghilterra. La differenza sta però nel fatto che mentre questi due libri vantano un’origine ispirata dalla divinità, in quello di Oera si dichiara che tutto ciò che è raccontato è storia vera. Ad ogni modo, le popolazioni che vengono citate non sono certo frutto di fantasia. In un libro successivo si parla a lungo di un prode guerriero di nome Friso, ufficiale di Alessandro il Grande (nato nel 356 a.C.) citato anche in altre cronache storiche dei popoli del nord. (Nel Libro di Oera Linda si parla parecchio di Alessandro). In queste cronache si dice che Friso giungeva dall’India. Nell’Oera Linda, l’eroe viene fatto discendere da una colonia di Frisoni stanziatasi nel Punjab attorno al 1550 a.C.; mentre il geografo greco Strabone menziona queste stranissime tribù "indiane", da lui chiamate in modo generico Germania. Nel testo si ricorda anche Ulisse e la sua ricerca alla caccia della sacra lampada, una pitonessa gli aveva predetto che qualora l’avesse trovata sarebbe diventato re d’Italia. Fallito il tentativo di farsi consegnare sotto lauta ricompensa (i molti tesori portati da Troia) la lampada dalla sacerdotessa, la "Madre Terra", che la custodiva, Ulisse aveva fatto vela fino a raggiungere un luogo chiamato Walhallagara (nome che suona molto simile a Walhalla) dove aveva avuto una storia d’amore con la principessa Kalip (ovviamente Calipso) e con la quale era convissuto per molti anni fra «lo scandalo e la disapprovazione di tutti coloro che lo conoscevano». Da Calipso aveva ottenuto una sacra lampada tipo quella che stava cercando, ma la sorte non gli era stata amica, perché la sua nave aveva fatto naufragio e lui era stato salvato, nudo e senza più alcun avere, da un’altra imbarcazione. Questo frammento di storia greca inserito nel Libro di Oera Linda è quanto mai interessante. Date le avventure di Ulisse attorno al 1188 a.C., vale a dire una cinquantina di anni oltre la moderna datazione della caduta di Troia. Ma l’Oera Linda potrebbe essere nel giusto. Da quel che la leggenda tramanda, la ninfa Calipso era una burgtmaagd (parola che significa "vergine suprema", una sorta di capo di un gruppo di vergini vestali), un concetto che trova riscontro nelle affermazioni fondamentali dell’Oera Linda, secondo il quale dopo il diluvio i Frisoni avevano preso a navigare per tutto il mondo conosciuto, civilizzando l’area del Mediterraneo per spingersi fino in India. A questo punto si può ben capire come mai studiosi e accademici abbiano sempre disdegnato il libro: prenderlo alla lettera voleva dire riscrivere dal principio tutta la storia dell’umanità. Se, tanto per fare un esempio, accettiamo che l’isola di Calipso, Walhallagara, era l’isola di Walcheren nel Mare del Nord, allora Ulisse aveva compiuto i suoi viaggi al di fuori del Mediterraneo. Una situazione assai più complicata, che rende la versione di Omero decisamente più difficile da accettare. Dopo un secolo di oblio, il Libro di Oera Linda venne riscoperto da uno studioso inglese di nome Robert Scrutton. Nel suo affascinante libro intitolato The Other Atlantis egli racconta come nel 1967 lui e la moglie – una sensitiva dalle doti psicometriche eccezionali – mentre stavano camminando lungo Dartmoor avevano sperimentato la devastante visione di un diluvio: immense, gigantesche ondate verdastre che sommergevano implacabili le colline tutto attorno. Otto anni più tardi, nel corso delle sue ricerche si era imbattuto nella leggenda del diluvio all’interno di un antichissimo testo letterario noto come Le Triadi del Galles (dove si parla anche di re Artù). Nel libro si racconta che molto prima che il Kmry (Galles) venisse unito alla Britannia, c’era stato uno spaventoso diluvio che aveva spopolato l’intera isola. Una sola nave era riuscita a scampare e coloro che la guidavano erano andati a stanziarsi nella penisola della "Terra Solatia" (da Scrutton identificata nella Crimea, ancora oggi chiamata Krym, nel Mar Nero). Poi i sopravvissuti avevano deciso di visitare luoghi posti a maggiori altezze per colonizzarli, poiché la loro penisola era soggetta a inondazioni. Alcuni gruppi erano approdati in Italia, altri in Germania, Francia e Britannia. (Dopo tutto, questa narrazione non sembra in contrasto con quel poco che conosciamo a proposito di un altro misterioso popolo, i Celti le cui origini continuano a rimanere del tutto ignote). E così, alla fine, gli abitanti del Kmry avevano fatto ritorno in Britannia (probabilmente attorno al 600 a.C.) per fondare la religione druidica, all’inizio dedita ai sacrifici umani. Scrutton aveva proseguito nella ricerca portando alla luce altri ricordi relativi a un grande diluvio a più riprese menzionato non solo nella poetica dei bardi gallesi ma anche nell’Edda, il grande poema epico nordico (dove era citato col nome di Ragnarok). A questo punto, vale ricordare che Ignatius Donnely, il cui libro “Atlantis: The Antedeluvian World” nel 1882 era esploso come una bomba, l’anno dopo aveva scritto un altro saggio intitolato “Ragnarok: The Age of Fire and Ice” dove aveva cercato di ricostruire le leggende catastrofiche dell’emisfero settentrionale esponendo, fra l’altro, una dettagliata teoria in merito alla deriva continentale che si sarebbe poi rivelata assolutamente congrua e calzante con le successive ipotesi della scienza geologica terrestre. Quando Scrutton si era finalmente imbattuto nel Libro di Oera Linda si era ritrovato assorbito in una storia nuova dell’umanità, straordinaria eppure credibile. La prima domanda che si era posta suonava così: quale è stata la precisa natura della catastrofe che cancellò Atlantide dalla faccia del pianeta, spopolando al contempo le isole britanniche? In The Other Atlantis (1977) immagina che un gigantesco meteorite o un asteroide si sia schiantato nella regione del Polo Nord. Il violentissimo impatto aveva avuto la forza di spostare l’asse terrestre secondo una inclinazione maggiore, così che quelle terre che fino a quel momento avevano goduto di un clima buono erano di colpo diventate fredde, sviluppando condizioni artiche. I Greci conservavano nella loro mitologia la storia dei popoli iperborei che vivevano in modo felice e idilliaco nell’estremo Nord, quella stessa regione che Scrutton identifica con Atland. Il gigantesco proiettile astrale, dice Scrutton, aveva prodotto il cratere dell’oceano Artico, ove fosse possibile prosciugarlo apparirebbe ai nostri occhi in tutto simile a uno dei grandi crateri che osserviamo sulla faccia della Luna. Molti massi e macigni che gli studiosi ritengono essere stati nei millenni trasportati dall’azione dei ghiacciai, per Scrutton non sarebbero altro che i ciclopici frammenti delle rocce disintegratesi al momento dell’impatto fra la Terra e il grande corpo celeste. Ma questa parte della sua teoria è facilmente contestabile. Nella sezione iniziale dell’Oera Linda, infatti, si dice che per tutta l’estate che aveva preceduto il diluvio «il Sole era stato velato dalle nuvole, come se non avesse più voluto farsi vedere dalla Terra». C’era stata una calma perpetua e «una nebbia spessa come sudore si era distesa sulle case e sui campi». Poi, all’improvviso, «nel bel mezzo della quiete più profonda, la terra aveva incominciato a tremare come se stesse per esplodere e i monti si erano aperti per vomitare fuoco e fiamme». Non ci sono dubbi che si tratta della descrizione di una eruzione vulcanica, quella che si crede abbia distrutto Atlantide, che non sarebbe stata sommersa dall’onda di marea causata dall’impatto con un meteorite. Con questo dobbiamo, per forza, abbandonare l’ipotesi della caduta del corpo celeste? Non del tutto. Certamente un grande meteorite precipitato al Polo Nord avrebbe sollevato ondate a dir poco spaventose, ma se la calotta polare era ricoperta di ghiaccio, le ondate non avrebbero forse avuto l’energia sufficiente per sommergere le isole britanniche e l’isola continente di Atland. Al contrario, la violenta attività vulcanica che ne sarebbe conseguita avrebbe potuto generare un vero e proprio maremoto, come quello che alcuni storici ritengono abbia distrutto e inghiottito l’isola di Santorini (e più tardi Krakatoa). Scrutton cita anche un brano tratto dal testo sacro ed epico finlandese il “Kalevala” dove si racconta del Sole scomparso dal cielo e del mondo congelato. La correlazione temporale colloca questi eventi nel periodo in cui i Magiari (gli attuali Ungheresi) e i popoli finnici erano ancora un unico ceppo umano, vale a dire circa tremila anni or sono. Secondo Scrutton, nelle cosiddette "mappe geografiche degli antichi re del mare" così ben studiate dal professor Charles Hapgood, esisterebbe la conferma della catastrofe di Atland. Ma, ancora una volta, sorge un’obiezione. Alcuni carotaggi di terreno eseguiti nel territorio antartico noto come Terra della Regina Maud, rivelano che l’ultimo periodo in cui le terre del Polo Sud non erano ricoperte di ghiacci risalirebbe al 4000 a.C. Ne conseguirebbe che le grandi civiltà che redassero le mappe di Hapgood avrebbero dovuto esistere e fiorire ben prima. Questo, ovviamente, non esclude la possibilità di una catastrofe un paio di millenni dopo: forse la civiltà di Atland era durata duemila anni, come quella degli Egizi; ma se Hapgood ha ragione e le civiltà di cui fantastica vissero seimila anni or sono per poi essere completamente dimenticate a seguito di straordinarie catastrofi, è evidente che metter d’accordo queste due teorie è alquanto complicato. Esiste però un modo per farlo senza compiere salti mortali o ipotizzare soluzioni ancora più assurde delle teorie stesse. Hapgood sostiene che le antiche mappe sono la testimonianza di una civiltà marittima espansa in tutto il mondo conosciuto, esistente sin da molto prima dell’era di Alessandro il Grande. Proviamo, dunque, ad accettare l’esistenza di questa civiltà, che possiamo ipotizzare fiorente subito dopo l’ultima grande glaciazione, vale a dire il 10.000 a.C. Seimila anni dopo questa civiltà si è ampiamente sviluppata nell’Antartico e nell’isola continente di Atland. In altre parti del mondo, come per esempio il Medio Oriente, è meno fiorente, anche se esistono già città ed è già stata scoperta l’agricoltura. Per ragioni ignote – ancora oggi, in effetti, nessuno sa con precisione perché si siano verificate le glaciazioni – il freddo era tornato e le popolazioni antartiche erano state costrette a migrare altrove, trovando rifugio soprattutto in Egitto. La gente di Atland, invece, dimorando in una fascia più temperata, non era stata investita così pesantemente dal freddo e aveva potuto continuare a restare nell’isola continente. Poi nel 2192 a.C. era sopraggiunta la grande catastrofe che aveva spostato l’asse terrestre. Era stato allora che gli abitanti di Atland, come prima quelli del Polo Sud, erano migrati, spostandosi logicamente verso il sud, in quelle regioni che non erano state colpite dall’arrivo del ghiaccio e dalle distruzioni provocate dalla catastrofe come, per esempio, l’India e il bacino del Mediterraneo. Se questo scenario possiede una logica, allora sia la teoria di Hapgood che quella di Scrutton sono valide. Una cosa, per lo meno, sembra chiara: le mappe degli antichi re del mare dimostrano l’esistenza di antichissime civiltà marinare, nate molto tempo prima dell’era di Alessandro il Grande. Al pari delle mappe, anche il Libro di Oera Linda testimonia questi fatti. Qualora il manoscritto risultasse essere una falsificazione, la cosa non inficerebbe però l’autenticità delle mappe. A tutt’oggi, comunque, non esistono prove che il libro sia un falso. È per questo motivo che sarebbe quanto mai utile una nuova, moderna edizione del testo, non solo per consentire agli studiosi di valutarlo appieno, ma anche per permetterne la lettura ai lettori comuni, certamente affascinati dai tanti racconti di battaglie e uccisioni. Certo che se per caso qualcuno dimostrasse che il Libro di Oera Linda è autentico, ossia racconta fatti realmente accaduti, allora la storia dell’umanità dovrebbe essere completamente rivisitata.

fonte

oeralinda

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